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San Valentino al Cimitero Monumentale

Il Cimitero Monumentale è noto per essere, oltre che l’ultima dimora di molti milanesi illustri, ricordati da vere tombe oppure da una menzione nel vasto Famedio, una vera e propria galleria d’arte a cielo aperto, che ci permette di apprezzare la scultura dal Romanticismo e dalla Scapigliatura della seconda metà dell’800 (il Cimitero, progettato da Carlo Maciachini e comprendente il primo Tempio Crematorio d’Italia, fu inaugurato nel 1866) fino allo stile floreale del primo ‘900 e il successivo Razionalismo, con puntate nel contemporaneo.

Sono possibili diversi itinerari, ed ecco infatti i consigli del Comune:

Gli itinerarii suggeriti dal Comune

L’altroieri era San Valentino: abbiamo deciso di seguire il percorso degli Amori Eterni.

Il Famedio

Il Famedio, con il suo più illustre ospite:

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Il percorso romantico

Si inizia con i fratelli Boito, protagonisti della cultura milanese del secondo ‘800 (uno di loro fu librettista per Verdi e autore del racconto da cui Visconti trasse “Senso”; l’altro fondò l’insegnamento del disegno architettonico al Politecnico):

 

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Belli nella loro essenzialità questi nudi:

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Trovo suggestive le tombe a parete che creaono un’illusione di profondità:

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A volte l’Angelo della Morte accoglie di persona il morente, o lo avvisa.. toccante la terza scultura, dove una ragazza viene trascinata via dalla Morte mentre cerca di prendere con sè qualcosa:

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E infine, un’insolita tomba per una coppia importante:

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Il cimitero ebraico

Un capitolo a parte merita una delle “sezioni distaccate” del Cimitero: ai lati dell’ingresso principale furono previste una sezione per gli Acattolici (soprattutto protestanti) e una per gli Israeliti.

Non c’è bisogno di andare a Praga o a Ferrara per visitare un suggestivo cimitero ebraico!

In realtà, già nello spiazzo interno principale del cimitero, dove è posto il memoriale dello Studio BBPR alle vittime del nazismo con una serie di lapidi che riportano i nomi dei deportati, un occhio attento ha potuto notare che su quelle riferite alle vittime ebraiche (alle lettere Coen, Esquenazi, Levi) altri visitatori hanno appoggiate pietre, secondo l’antica tradizione:

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L’area israelitica vera e propria ha però il fascino di un mondo a parte: scendendo in essa, si è accolti da una statua di Mosè, forse l’unica, a dimostrazione della poca importanza che questa cultura dà alle immagini. Abbondano quelle simboliche, naturalmente, come le menorah e le stelle di David; qualche volta una corona; Google Translator si dimostra eccezionalmente flessibile permettendoci di tradurre anche alcune scritte in ebraico.

Romantica questa tomba degli anni ’40, che ricorda i Finzi-Contini (e a quanto pare il serpente è simbolo di immortalità, come nella cultura classica?):

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Quest’altra, quanto meno per omonimia, mi fa pensare al contributo ebraico alla nostr critica letteraria: cosa sarebbe senza poeti e critici come Vittorio Sereni, Cesare Segre, Cesare Cases (a parte naturalmente autori come Moravia, Bassani, Levi?):
(la scritta ebraica in basso sta per “ella risorge”, immagino l’anima; Google docet)

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Infine la tomba forse più sconvolgente di tutta la giornata, dedicata a una serie di vittime dell’Olocausto di cui vengono efficacemente sintetizzate le traversie:

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Per completare il colpo d’occhio sulle culture che hanno formato la storia della nostra città, ecco la tomba di un armeno, cristiano:

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Conclusione

E’ una visita che mostra quanto fosse pienamente fondata l’idea di religione civile propugnata dal Foscolo, che può tranquillamente accompagnarsi oppure no alla religione propriamente detta: fa girare la testa rendersi conto di quante persone illustri, dal passato remoto a quello più prossimo, la nostra città abbia ospitato; riceviamo una visione complessiva che difficilmente potremmo avere altrimenti.

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Arrivo anch’io..

Perchè qui?

..nella Blogosfera: meglio tardi che mai!

Mi rendo finalmente conto della praticità di avere un unico “repository” ovvero contenitore per tutti i testi e/o immagini che vadano oltre il commento in un post di un social network: tutto ciò a cui potrei voler ritornare o che vorri condividere fomanio fra 10 anni. Uno zibaldone di scritti, immagini, citazioni  bric-à-brac a cui dare un minimo di organicità da ipertesto.

Per cominciare, qualche bella immagine da un fumetto che esprime molto bene irrequietezza, voglia di libertà, l’importanza degli affetti, l’apertura al cosmo; e al tempi stesso esprime un pezzo dell’anima di un paese a me caro.

Entrambi, Argentina ed Eternauta, li ho frequentati fin dall’infanzia:

 

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The Dark Half, by Stephen King



My rating: 4 of 5 stars


Brillante rivisitazione della simbolica storia del “Dottor Jekyll e Mr Hyde” (“Hyde”, come dice il nome, è la parte “nascosta” di noi..). Thaddeus Beaumont, scrittore “letterario” di discreto ma non eclatante successo, sfonda presso il grande pubblico con una serie di romanzi gialli dai protagonisti spietati e sadici, scritti sotto lo pseudonimo di George Stark. Il successo è tale che lui stesso si preoccupa di questa “metà oscura” che sembra emergere in lui quando scrive e possederlo; la moglie, altrettanto preoccupata, lo convince a celebrare uno scherzoso funerale dello scrittore trasgressivo, celebrato da un servizio fotografico su “People”, per poi tornare alla sua più mite e consueta produzione. Peccato che ben presto le impronte di un energumeno sembrino essere uscite dalla finta tomba, e che una serie di atroci delitti colpiscano le persone coinvolte nel servizio: il fotografo, l’intervistatrice.. e per fortuna Thad ha ottimi alibi, perché le impronte digitali sul luogo del delitto sono proprio le sue! A questo punto ricorda che a 11 anni, quando scriveva i suoi primi racconti, era stato operato per un tumore al cervello che si era riveato in realtà una cisti, un gemello mai nato..
Il tema del personaggio che “non può morire” verrà ripreso in “Misery non deve morire”, ma qui ha il fascino dell’interdipendenza delle due personalità. George Stark, il doppio negativo, che si atteggia a “gentiluomo del Sud” mentre il fratello è un complessato scrittore del Nord-Est (il Maine di King), arriva anche ad avere un’aura di fascino malvagio, come quell’altro indimenticabile personaggio di Stevenson: Long John Silver. C’è una credibile ambiguità nell’interdipendenza tra la parte “buona” e quella indiscutibilmente cattiva dello scrittore..
E quanto all’aspetto puramente horror: se pensavate che King avesse dato il meglio di sé trasformando un cane (Cujo) in emissario del Male, qui vedrete come sa dare un nuovo punto di vista.. sui passeri! Indimenticabili anche le visioni di Endsville, la Città dove Tutto Finisce, e i suoi passeri psicopompi.
Nel romanzo compaiono anche buoni personaggi secondari, come la combattiva moglie del protagonista; qualcuno verrà sviluppato in storie successive, come il duro ma umano sceriffo Alan Pangborn.




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Oryx and Crake, la miglior distopia del XXI sec

Oryx and Crake

Questo romanzo della Atwood del 2003 è un vero capolavoro, sebbene da noi abbia avuto molta meno eco del “Racconto dell’ancella”: forse perché il tema non è così scottantemente politico. È anche mancata la spinta di una serie televisiva di successo, tuttavia nei paesi anglosassoni questo romanzo ha avuto molto successo; e non è detto che una serie lo aumenterebbe. Perché?
Perché “non” è un romanzo “che sembra un film”, per fortuna. Siamo in pieno genere catastrofico: seguiamo le pigre giornate dell’ “Ultimo degli uomini” (così il titolo italiano), che vive su una spiaggia californiana. Non ha grossi problemi di sopravvivenza: non aspettatevi un romanzo stile “The road” di McCarthy. Purchè si ricordi di mettere la crema solare (gli ultravioletti picchiano duro, ora che l’atmosfera è stata alterata; e lui è detto “l’Uomo delle Nevi”, anche per la pelle chiara), supermercati da saccheggiare non mancano. Basta ricordare di non fidarsi dei “wolvogs” (wolf+dog), incroci che astutamente fanno moine come cuccioli di cani per poi scatenare la ferocia del lupo sull’ingenuo passante. Sì, perché sono questi due i temi portanti del romanzo: uno è l’ingegneria genetica degenere, l’altro un uso creativo, divertito, ironico del linguaggio.
Abilissima la struttura del romanzo: tre narrazioni su due piani temporali, il presente dell’Uomo delle Nevi sopravvissuto alla catastrofe e il passato dei suoi ricordi (è un narratore tutt’altro che affidabile, come vedremo), dove rivive la sua amicizia adolescenziale con l’amico Crake, a sua volta intrecciata con la relazione tra il giovane Jimmy (non ancora Uomo delle Nevi) e Oryx.
Ma il passato non è, come di solito accade con questa struttura narrativa, un presente simile al nostro che poco per volta spiega come si è arrivati al disastro del presente narrativo. No: il passato del racconto è già un futuro distopico; serve attenzione per capire come si è arrivati alla vera e propria catastrofe. Questo “futuro anteriore” ci viene svelato un po’ alla volta: una società dominata da multinazionali farmaceutiche e di industria genetica, il cui personale, per lo più ricercatori e dirigenti, vive in Compounds, cittadelle murate protette dall’onnipresente CorpSeCorps (“Corporate Security Corps”), una milizia privata globale, e collegate tra loro da treni-proiettile. Chi è un po’ meno benestante può cavarsela nei Modules. La gente comune vive nelle “pleeblands” (terre plebee?), quartieri popolari flagellati da delinquenza e malattie.
L’Uomo delle Nevi era allora Jimmy, un ragazzino figlio di un genetista e di una madre apparentemente anaffettiva, che in realtà medita di darsi alla latitanza per combattere questo sistema: esistono organizzazioni di protesta, come i Giardinieri di Dio, ma la madre passa in clandestinità come una vera ecoterrorista. Jimmy si rifugia nell’amicizia con Glenn, piccolo genio della genetica, il cui padre è morto da poco in un oscuro incidente d’auto; la madre si è risposata con un dirigente della stessa multinazionale, ma Glenn sospetta che entrambi abbiano avuto un ruolo nella morte del padre, che aveva forse scoperto un torbido segreto aziendale. Nasce una bellissima amicizia tra i due ragazzi: Jimmy più socievole e piacente (mi immagino l’Uomo delle Nevi come un Brad Pitt un po’ sfatto), Glenn genio sorprendente e carismatico (mi evoca fortemente Sheldon di “Big Bang Theory”); insieme condividono le “tipiche” esperienze adolescenziali: le prime ragazze, il videogioco compulsivo (geniale “Blood and roses”, dove uno dei giocatori incarna il bene del’umanità e accumula opere d’arte, l’altro ne esegue gli orrori: persecuzioni, genocidii.. chi prevale?), film porno, “snuff movies” dove vengono uccisi animali o giustiziati esseri umani.. in una scena di un film lo sguardo di una bambina coinvolta insieme ad altre in un gioco erotico trafigge Jimmy, che non la dimenticherà mai: è la rivelazione che nomostante tutto il nostro Jimmy è profondamente etico. I due scoprono anche la biologia, giocando a Extinctathon, “la maratona dell’estinzione”: gara a chi conosce i dettagli di animali estinti, gestita da MaddAddams, misterioso collettivo di biologi che dà il nome alla trilogia di romanzi. È qui che Glenn ottiene il soprannome di “Crake”, dal “red-necked crake”, in italiano la schiribilla, raro uccello di palude; dato che appartiene alla famiglia dei rallidi (come le gallinelle d’acqua e le fòlaghe), potremmo più eufonicamente tradurre “Rallo”.
Seguirà una separazione, quando il genio di Crake gli ottiene una borsa di studio nella prestigiosa università Watson-Crick dedita alla biologia, mentre Jimmy (che purtroppo non è “persona da numeri” ma una misera “persona da parole”) viene accolto in una negletta università umanistica, la “Scuola Martha Graham” (come la grande danzatrice). Trascinerà una vita universitaria demotivata, arricchendo il suo vocabolario per prepararsi a un futuro da copywriter; nel frattempo facendo da stallone o toy boy per tutte le donne disponibili, perché non riesce più ad avere sentimenti veri, come si legge (in controluce) nei suoi ricordi.
Finchè, la svolta nella sua vita: laureato, ha iniziato a lavorare come copy per vendere trattamenti della pelle, quando ricompare Crake e lo trascina nel suo mondo dorato, uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo: stanno per lanciare BlyssPluss, GioiaPiù, una pillola che risolverà in un colpo molti problemi dell’umanità; Jimmy sarà incaricato del marketing. Crake gestisce in proprio un Compound dentro il Compound, “Paradice” (Paradiso e.. dadi?).
Le sorprese, nel magico mondo di Crake, sono infinite: la maggiore è Oryx, apparentemente proprio la ragazzina vista più di dieci anni prima in un film porno, che per qualche motivo nessuno dei due aveva mai dimenticato. Chi è Oryx? Di lei non sapremo nemmeno il nome, solo il soprannome (anche a lei viene attribuito il nome di una specie estinta: appunto l’òrice), né sapremo mai se era davvero la ragazzina di quel film, o quell’altra ragazza scoperta qualche anno dopo prigioniera in un garage di Los Angeles (anche lì Jimmy, ossessionato, aveva creduto di riconoscerla). Lei apparentemente racconta tutto di sé: nata nella profonda campagna di un paese del sud-est asiatico, sua madre la vendette a un trafficante che la portò in una grande città a svolgere servizi vari, apparentemente non sessuali.. è il trionfo di un ulteriore livello di narratore inaffidabile (i racconti ambigui di lei filtrati dai ricordi confusi di Jimmy), eppure ne risulta un personaggio assolutamente affascinante, una sorta di incantevole dèa dell’amore che saprebbe rendere attraente qualunque (eventuale) depravazione e uscirne più candida di prima. Ogni volta che Jimmy, gelosissimo del passato di lei e indignato, sembra poter tirare il fiato (“allora facevate sesso per finta!”), lei rilancia “ma Jimmy.. il sesso è sempre vero!” (e chissà se intende in senso spirituale o concreto). Né Jimmy saprà mai che rapporti lei abbia con Crake, oltre che con lui..
Non è il caso di rivelare troppo; va detto però che Crake porta avanti anche un altro progetto supersegreto: la creazione di un’umanità “migliorata e modificata”, i “Crakers” (se il “crake” è un rallo, potremmo tradurre “i ràllidi”): sorta di umanità bambina, con odore della pelle che respinge le zanzare e mille altre migliorie (interessanti quelle relative alla sessualità!). Una specie di Dottor Moreau alla rovescia, dove l’umanità viene risospinta a un livello quasi animale.
E saranno solo i “ràllidi” a condividere il mondo nuovo post-catastrofe con l’Uomo delle Nevi: a lui il compito, prima di portarli alla salvezza fuori dal laboratorio durante la catastrofe, poi di educarli, di inventre per loro una mitologia che spieghi l’Universo, dove Oryx e Crake saranno i demiurghi..
Ma anche il nostro Robinson incontrerà l’impronta di un Venerdì: e su questa nota di incertezza, si chiude il primo volume della trilogia di MaddAddams.
La Atwood è un’autrice troppo brillante per calcare la mano sugli aspetti orrorifici del dopo-catastrofe, già sfruttati abilmente dai maestri del genere: da “Io sono leggenda” di Matheson e “Il grande silenzio” di Tucker in poi. Ce li lascia intuire, quando nel corso della sua spedizione nell’entroterra l’Uomo delle Nevi osserva, un po’ straniato, gli oggetti abbandonati dall’umanità in fuga: una valigia con effetti personali familiari sparpagliati in un campo; una guardia a uno degli accessi di un Compound farmaceutici, decapitata; automobili e persino motociclette e biciclette abbandonate lungo un’autostrada, dove una fuga disperata si è trasformata in lotta di tutti contro tutti.. ma il tutto sempre visto con una straniata leggerezza.
Dicevamo del linguaggio: lo stile è uno scoppiettio continuo di ironia e di umorismo, un piacere per il lettore (e una bella complicazione per il traduttore!): forse per questo la denuncia di un mondo asservito a multinazionali della genetica sarà più efficace.
Il piacere delle parole ne è uno degli aspetti. Nell’orrendo zoo che la manipolazione del DNA ha scatenato sulla Terra, conosceremo i “pigoons” (enormi maiali dagli organi multipli, da prelevare per trapianti: una volta inselvatichiti si riveleranno intelligenti e crudeli); lo “snat” (snake+rat), ratto dalla coda e incisivi di serpente velenoso; la “spoat/gider” (spider+goat), capra-ragno che emette dalle mammelle filamenti di fibra ad altissima tensilità insieme al latte; il “rakunk” (raccoon+skunk); i “wolvogs”, i “bobkittens”, versioni in miniatura e teoricamente innocue dei “bobcats”, le linci rosse..
I nomi delle multinazionali e dei loro prodotti sono uj fuoco d’artificio: la Atwood si è divertita a inventare nomi come HelthWyzer, che mescola Pfizer e Wyeth, Anooyoo cioè “A new you”, NooSkins cioè “NewSkins”, RejoovenEsense cioè “Essenza di Ringiovanimento”..; sono poi uno spasso le liste di parole insolite che l’Uomo delle Nevi ripete a se stesso per tenersi intellettualmente vivo, anzi spesso, magari mentre fruga in un mucchio di rifiuti, sente nella testa voci che gli leggono i manuali commerciali o motivazionali di una volta.. anche da questa miscela di linguaggi (seriosamente commerciale o scientifico, ironicamente psicologico..) nasce il fascino del libro.

L'ultimo degli uomini

En cas de malheur, di Georges Simenon

En cas de malheur

En cas de malheurEn cas de malheur by Georges Simenon
My rating: 4 of 5 stars

“Roman dur” del 1956, dalla struttura insolita: è il diario che Lucien Gobillaud, rampante avvocato di mezza età, ha deciso di tenere da quando una relazione che credeva nata per gioco, come tante, ha preso il sopravvento su tutta l’attenta organizzazione della sua vita. Isolandosi nel suo studio sull’Ile-Saint-Louis, da cui osservare con un palpito di invidia la vita libera di una coppia di barboni installati sotto il Pont-Marie, tiene un diario nel tentativo di spiegare agli altri, ma soprattutto a se stesso, che cosa gli sia successo.
Perché si tratta davvero di un “amour fou”: il grande penalista si è trovato in sala d’aspetto una ragazzetta disordinata, non troppo sana, probabilmente nemmeno pulita (esteriormente: dell’interiorità, meglio non parlare), che, pur di ricevere aiuto per sfuggire alle conseguenze di una rapina andata a male, gli offre seduta stante tutto quello che ha, cioè se stessa. E l’avvocato, cui non mancano una bella moglie e qualunque svago a pagamento, accetta di offrire il patrocinio, rinviando però l’incasso dell’onorario: uomo dalla ferrea professionalità, accetta la sfida di salvare dal carcere la ragazzetta evidentemente colpevole, con qualsiasi mezzo (non si disdegnano falsi testimoni, o la calunnia sistematica della vittima): forse, come per il Marchese del Grillo con il mobiliere ebreo, la sua è una sfida, uno sputo in faccia a una società di cui è parte eminente ma che in fondo disprezza?
Ottenuta l’insperata assoluzione, nuovo alloro alla sua fama, inizia una vera relazione con Yvette: non una relazione basata sullo schifo esistenziale come in “Non ti muovere” della Mazzantini, ma piuttosto la relazione tormentata di un uomo maturo verso un’imprevedibile sciacquetta, come Humbert Humbert e Lolita; nonostante che in tutta la prima parte del libro si accumulino dettagli squallidi su di lei, la sua promiscuità, l’incapacità a qualunque relazione stabile, il mendacio patologico, l’eterno vivere di espedienti. L’avvocato può solo far leva sul denaro e il sogno di una vita stabile per fare un po’ più sua la ragazza e allontanarla dai suoi vari amanti, fino a installarla in un elegante appartamento nel quai d’Orléans, sulla stessa Ile-Saint-Louis, sperando così soprattutto di allontanarla da Mazetti, il fidanzato che la adora, povero e un po’ ottuso ma volonteroso studente-lavoratore; addirittura assume per lei una cameriera, Jeanine, perché non si annoi. Il tutto sotto lo sguardo attento e scrutatore, non solo di Bordenave (la fedele segretaria, così poco considerata come donna e come essere umano da essere chiamata solo per cognome), ma soprattutto di Viviane, la splendida moglie-trofeo strappata al suo primo importante datore di lavoro (o fu lei, attenta scalatrice sociale anche se nata già borghese, a strapparsi dal primo marito, fiutando nel suo assistente il nuovo maschio dominante?): Viviane non batte ciglio, non cede alla debolezza di mostrarsi gelosa, ritenendo Yvette una delle tante, futili avventure del marito.
Ma, una volta installatasi nel quai d’Orléans, la figura così squallida di Yvette sembra trasformarsi: nonostante, o proprio perchè, qui perda ogni residuo di inibizione, e inauguri rapporti saffici con Jeanine, nuova a queste esperienze, per poi convincere l’avvocato a rapporti a tre; oppure “accontentandosi” di guardare loro due e incitarli; magari raccontando in tono scherzoso esperienze perverse tali da imbarazzare anche il vecchio puttaniere. Eppure, nel mondo senza luce di Simenon, dove il concetto di “amore” non ha mai avuto senso, dove la Chiesa è solo un’abitudine dei piccoloborghesi indomenicati, questa tenerezza carnale (oggi diremmo pansessualismo) somiglia all’anelito a una specie di amore universale, o a un suo sostituto: Yvette ricorda quando, undicenne, cominciava a toccarsi e a farsi toccare dai ragazzi, e pensava che il Paradiso Terrestre fosse un posto dove tutti potessero stare nudi e toccarsi come desideravano. L’avvocato Lucien è stregato. E lo è del tutto, quando scopre che Yvette aspetta un figlio, a quanto pare proprio da lui. Vent’anni, cinque aborti, Yvette accoglie incredula la notizia che il suo uomo-padrone le lascerà tenere il bambino.. felicitata da Jeanine, che ha dovuto lasciare a balia in campagna l’unico figlio, per vederlo morire poco dopo di malattia intestinale (Viviane, dal canto suo, ha sempre disprezzato le donne che si abbassano a “fare le coniglie”, cioè ad avere figli). Per Lucien si aprono orizzonti impensati: passa una domenica pomeriggio a passeggiare con Yvette lungo Rue de Rivoli, guardando le vetrine natalizie come le altre famigliole; prova un sentimento che non osa definire; soprattutto, decide di passare le vacanze di Natale a Sankt Moritz con Yvette, anziché a Cannes con Viviane. C’è solo il problema di affrontarla e dirglielo..
SPOILER
ma prima che Lucien ne trovi la forza, Yvette si lascia rovinare dalla sua stessa incontenibile generosità. A Lucien non resta che tornare nei ranghi, uomo definitivamente sconfitto interiormente, ormai disgustato anche da se stesso; le ultime righe del diario sono scritte da Cannes: mentre un collega di origini italiane può almeno difendere il giovane assassino per amore, “io continuerò a difendere canaglie”.

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In Brera.. i canali di Marte

Il palazzo di Brera, noto soprattutto per l’Accademia e per la Pinacoteca (che in origine doveva servire all’Accademia), fu in realtà una cittadella della scienza, per merito prima dei Gesuiti, poi del governo austriaco, infine dell’Italia unitaria.

Il suo complesso comprede infatti l’Orto Botanico, che solo trent’anni fa era una distesa brulla e ora è di nuovo un piccolo paradiso terrestre, e l’Osservatorio.

Sembrerà strano un Osservatorio nel centro città, ma evidentemente cent’anni fa l’aria era ancora sufficientemente pulita! Nel frattempo, l’operatività è stata trasferita su una collina in Brianza (a Merate), e qui è rimasto il museo storico.

Tutti i dettagli qui:  http://museoastronomico.brera.inaf.it/

Purtroppo il museo è normalmente aperto solo in orari per casalinghe e pensionati:

ma grazie all’impegno dei volontari del Touring Club è aperto anche ogni seconda domenica del mese.

Una delle parti più interessanti, la Cupola Schiaparelli, resta purtroppo visitabile solo in settimana. E’ un peccato, e mi chiedo se i volontari del Touring non potrebbero essere impiegati meglio, dal momento che ne troviamo due piantonati a indicare il percorso, prima nel Cortile d’Onore e poi in un corridoio: non basterebbe mettere un cartello chiaro, e lasciare che i visitatori se la sbrighino?

La Galleria degli Strumenti Antichi merita comunque la visita.

La prima delle grandi personalità dell’Osservatorio è il padre gesuita Ruggero Boscovich, di Ragusa in Dalmazia; una delle grandi menti scientifiche italiane del ‘700. Si veda: http://museoastronomico.brera.inaf.it/ruggiero-boscovich/

L’altra grande personalità è senz’altro Giovanni Schiaparelli. Una volta di più spicca la difficoltà a valorizzare il nostro ruolo nella storia della scienza: come celebrerebbero gli americani lo “scopritore” dei canali di Marte, se fosse uno di loro?

Eppure non è esposta nemmeno una riproduzione di una delle sue celebri mappe!

Tralasciamo il fatto che i canali, di fatto, non esistessero: è in fondo un dettaglio, nella mèsse di osservazioni raccolte dallo Schiaparelli. Ho la fortuna di intrattenermi a lungo con un esponente del Museo, il dott. Mario Carpino, e di approfittare della sua competenza nonchè delle immagini sul suo laptop: finalmente le mappe! (nell’allestimento che verrà inaugurato dopo l’estate saranno presenti, mi assicura). Le esaminiamo in dettaglio e constatiamo che sono sostanzialmente già quelle che ancor oggi trovo in “Red Mars” di Kim Stanley Robinson. Eccone comunque qualche esempio:

Risultato immagini per schiaparelli mappe marte

Risultato immagini per schiaparelli mappe marte

Ci sono diverse ipotesi per spiegare l’abbaglio dei canali: sostanzialmente bisogna considerare che anche quello che allora era un telescopio potente mostrava un’immagine di Marte i cui dettagli erano a malapena percepibili da un occhio umano; l’occhio tendeva quindi a “completare” quegli scarni dettagli secondo forme geometriche. Addirittura potrebbe essere il sottilissimo retino in tela di ragno o filamenti di tungsteno, utilizzato per misurare distanze sull’immagine di Marte, a riflettersi sulla retina stessa!

Più strano l’aver creduto alla presenza di veri mari. Questo sembra dovuto a un errore di chi esaminava per conto di Schiaparelli lo spettro della luce proveniente da Marte, per individuarne i componenti. Come in tutte le analisi di questo tipo finchè venivano fatte da terra, era necessario sottrarre il contributo della nostra atmosfera, ricca tra l’altro di vapore acqueo: ma in questo caso la “ripulitura” dei dati fu fatta male.

In ogni caso, non durò più di una ventina d’anni la credenza nei canali: ma bastarono a ispirare H.G. Wells, che all’inizio della “Guerra dei mondi” ringrazia l’astronomo italiano per le scoperte. La possibilità di un’atmosfera respirabile su Marte fu mantenuta invece per diversi decenni.

Le audioguide spiegano molto bene la storia dell’Osservatorio e come nei secoli gli astronomi siano stati spesso dedicati a compiti molto più terreni, come realizzare carte e mappe di grande precisione per l’esercito, determinare la longitudine di una nave in mare aperto (una delle grandi sfide scientifiche del ‘600-‘700), ecc.

Gabinetti astronomici portatili, per il viaggio:

Un’affascinante mappa di Parigi nel ‘700 (il Nord è verso il basso):

Strumenti didattici:

Nel cortile del Palazzo, un altro ricordo di Schiaparelli:

E un ricordo all’insigne matematica Gaetana Agnesi (qui parecchio idealizzata) non guasta mai:

Visita del 9/02/20

Escursione alla Tchavana

Presa la navetta fino a Magnéaz, siamo saliti a Mandriou. La chiesetta dedicata a Maria, ma con affreschi che ricordano anche l’immancabile san Grato, è stata di recente riaperta e ora espone un bel presepe, che come sfondo esibisce una gigantografia della conca di Ayas negli anni ’50..

La Tchavana è una tipica meta estiva: d’inverno purtroppo non si può godere dell’ospitalità della famiglia Bagnod (tanto il ristorante quanto il negozio sono chiusi), ma gli ampi spazi dell’alpe ristoreranno lo sguardo che potrà percorrere l’intera chiostra dei monti (qui si sente che sto ascoltando mia figlia ripetere Epica, vero?).

Percorrere il Ru Courtod, in parte attraversato da un rivolo d’acqua anche in inverno, dà l’impressione di muoversi lungo una galleria incantata.