Il Barone Rampante al Piccolo Teatro, 21/01/2023

“Il Barone rampante”, come il resto del trittico dei “Nostri antenati”, è il classico racconto che quarant’anni fa si leggeva alle medie, oggi alle superiori, ma comunque è associato a una fase di crescita e trasformazione.

Avendolo amato molto allora, poi non più riletto (ma ricordandolo piuttosto bene), ho colto al volo l’occasione di questo spettacolo: ed è stato un enorme piacere. La regia è fedele al testo, se non per il fatto che vengono drammatizzate le scene rendendole più dialogate; gli attori convincenti; la sceneggiatura evidenzia tutti i temi, dalla conquista della libertà individuale alla metafora dell’Illuminismo, senza trascurare, anzi foerse accentuando, la tormentata storia d’amore con l’indomita vicina di casa, Violante.. Quanti momenti tornano alla memoria, quante scopeerte (e così i briganti erano al soldo degli altezzosi vicini?), quante frasi intere risuonano, dopo tanti anni, nell’elegante italiano simil-settecentesco di Calvino!

Il tutto in belle scenografie nel classico stile strehleriano: essenziali, con abbondanti silhouettes e giochi di luce.

Uno spettacolo davvero consigliato.

Unica avvertenza: intervallo compreso, dura 3 ore; chissà perchè non inizia prima delle 19.30; quindi.. regolatevi per la cena!

I trasfigurati, di John Wyndham

Da una bancarella una vera occasione per rileggere Wyndham, uno scrittore che non delude mai se si ama la fantascienza britannica del dopoguerra (uno dei serbatoi di Urania fino agli anni ’70).

Romanzo del 1955, “I trasfigurati” si presenta un po’ come il prototipo dei romanzi post-catastrofici basati su comunità rinate ma tenute insieme dall’integralismo biblico e fanaticamente dedite a eliminare i diversi: per fare qualche esempio sparso, vent’anni dopo la serie televisiva “Survivors” gli doveva molto a questa, il romanzo per ragazzi “Walls within walls” sempre del ‘55 (“La città di sotto” di Arthur Tofte, Urania 846) riprendeva alla lettera vari aspetti, infine il trattamento riservato alle donne, ripudiate alla terza nascita irregolare (anche se magari è il marito ad avere un fratello deforme..) è da “Racconto dell’ancella”.

Siamo in una comunità rurale riformatasi secoli dopo un conflitto nucleare, isolata dal resto del mondo perché circondata da terre inabitabili, popolate solo da mutanti mostruosi e pericolosi (o almeno così vengono descritti) e dediti a scorrerie. Il protagonista narrante, David, fin dall’infanzia si accorge di possedere sia una sensibilità che gli rende intollerabili il dogmatismo spietato del padre e la sua durezza anche verso i familiari sia capacità telepatiche; più avanti scoprirà che anche la sorellina Petra è dotata di poteri mentali, che data la giovane età non sa controllare, costituendo così una preoccupazione aggiuntiva per David, preoccupato che lei e lui vengano scoperti. David può confidarsi solo con alcuni altri telepati come lui, oltre che con lo zio Axel, ex marinaio che ha visto terre e popoli ben diversi e si è fatto un’idea molto critica della teocrazia in cui vivono.. Così descritto, il romanzo può sembrare un “juvenile” e in parte lo è, anche perché Wyndham non indugia su nessun particolare disturbante (che fine fanno i bambini scoperti devianti? Come venivano messi al rogo gli adulti? E il padre di David che lo frusta fino a fargli rivelare chi era la sua amica fuggita? E la vera e propria tortura di Katherine, la fine di lei e Sally? leggendo tra le righe, si capisce che questo è un romanzo piuttosto cupo; un romanzo di oggi ci sguazzerebbe), ma un certo pudore verso le scene cruente era normale in un’epoca che, a differenza della nostra, ne aveva vissute tante direttamente.

Nella fantascienza il tema dei mutanti è in genere una metafora per il diverso; qui in particolare posso immaginare che l’inquietudine sia rivolta ai popoli già sottomessi dall’Impero, con cui ora bisogna venire a patti e convivere da pari; nell’introduzione, M. John Harrison colloca il romanzo molto più precisamente all’interno del conflitto generazionale degli anni ’50 nel Regno Unito.

Due osservazioni. Una è che il romanzo si svolge tutto nel Commonwealth: l’azione principale nel Labrador (Canada), mentre il soccorso arriva dalla remota Nuova Zelanda (con tutta l’America Latina a disposizione.. Cuba e Haiti se serviva un’isola!): a conferma che le inquietudini del romanzo nascevano dalla società britannica.

L’altra è più sottile: i protagonisti sono telepati, perseguitati come tutti gli altri mutanti (anche se c’è qualche dubbio teologico sul loro status, perché la loro diversità non è fisica) e il protagonista ama in gioventù una mutante (sia pure con la mutazione più piccola possibile: sei dita, solo nei piedi): ma la trama prima interrompe e poi rende impossibile la loro frequentazione; il protagonista sarà per sempre unito a un’altra telepate. E se già durante il romanzo il matrimonio della collega telepate Anne con un “normale” è visto come un’impossibilità pratica e una jattura per tutto il gruppo, la drammatica conclusione chiarisce che i telepati non hanno nessuna intenzione di mescolarsi ai “normali” e nemmeno ai mutanti, di formare insomma una società aperta a chiunque sia “umano” come auspicava il buon zio Axel: bensì di formare una società di soli telepati, prossimo stadio dell’evoluzione; il che è un po’ più inquietante, per le possibili conseguenze (del resto, la loro non è la “normale” telepatia che permette di leggere nella mente di chiunque, ma piuttosto una profonda empatia che mette in comunicazione solo quelli che ne sono dotati).

Ho apprezzato la qualità dell’edizione, nei Penguin Classics senza specificare “fantascienza”; l’introduzione di M. John Harrison è molto acuta nel contestualizzare il romanzo negli inquieti anni ’50 britannici (probabilmente più inquieti dei nostri); infine una bella copertina di Andy Bridge che sintetizza efficacemente il tema. Da notare invece come le copertine di Caesar e Thole per Urania si focalizzassero sulla conclusione, il momento più tradizionalmente fantascientifico (qualcosa di simile a un’astronave!). La terza illustrazione italiana è sempre di Thole, che in Biblioteca di Urania, come nei Classici, usava un tratto più sintetico; ed è l’edizione che lessi 40 anni fa.

Orlando Furioso, canto V

L’occasione di leggere insieme a mia figlia (IV superiore) i primi canti dell’Orlando Furioso ha dato la stura a una serie di considerazioni sui classici: con una ragazza di oggi non si può non dedicare un pensiero anche a come questi grandi autori considerassero le donne, naturalmente tenendo conto della loro epoca; e già leggendo il Decamerone avevamo fatto belle scoperte.

Ora il canto V, del Furioso si apre con una bella dichiarazione dei diritti delle donne, per bocca del paladino Rinaldo (solo auspicati! Peccato che le idee dell’Ariosto abbiano impiegato 450 anni a entrare nelle leggi e nel sentire popolare..): l’Ariosto amava davvero le donne per come sono (come Boccaccio e a differenza di Dante, Petrarca e Tasso che le preferivano morte e idealizzate.. semplificando molto).

L’eroe è stato informato dai frati di una badia (figg.1-2) che, se vuole compiere un’impresa non solo nobile ma anche apportatrice di fama (la differenza tra le due cose è chiaramente sottolineata: la “visibilità” era già importante allora!), potrebbe farsi campione di una principessa, tale Ginevra, accusata di una relazione pre-matrimoniale e quindi condannata a morte dal suo stesso padre, se entro un mese un campione non riscatterà il suo onore.

Ora, non ci vuole molto coraggio morale a salvare una principessa ingiustamente accusata: chiunque nella letteratura lo ha sempre fatto, in fondo ci si guadagna un regno! Ma Rinaldo va molto oltre e dichiara che la difenderebbe comunque, che sia innocente o colpevole, e non vede perché le donne non debbano avere la stessa libertà degli uomini: avere liberamente una o anche più relazioni, e addirittura vantarsene (fig.3)!

Ancora più interessante, il canto prosegue descrivendo un vero e proprio “revenge porn”, anche in assenza di social network, che il paladino punirà. Durante il percorso per raggiungere la città dove è incarcerata Ginevra, Rinaldo mette in fuga due manigoldi probabilmente intenzionati a uccidere una ragazza: è Dalinda, cameriera di Ginevra, che è in grado di spiegargli i retroscena della condanna della sua padrona. Dalinda era amante di un certo duca Polinesso, tra i pari del regno; in assenza della padrona lo faceva salire in un appartamento di lei per una scala appoggiata al terrazzo. Costui in realtà desiderava Ginevra (e per forza, era figlia del re: ben altra posizione sociale), e non si fa problemi a dirlo a Dalinda, assicurandola però che lei è il suo vero amore e la figlia del re solo convenienza, cosa che lei accetta; ma dopo che Ginevra ha fatto capire a Polinesso di avere in mente solo il giovane e valoroso Ariodante, Polinesso vuole vendicarsi. Convince quindi Dalinda a vestirsi con gli abiti di Ginevra, facendole credere che così il suo desiderio sarà appagato e potrà poi dimenticarla, e così vestita gettargli la scala dal balcone. In realtà Polinesso ha convinto Ariodante a osservare il tutto di nascosto, per “dimostrargli” che mentre Ginevra lo intrattiene a parole, con il duca fa ben altro: e così parte la denuncia..

Un vero campionario di prepotenze e ricatti sentimentali.

Therapy, di David Lodge

Credo che la stragrande maggioranza dei libri che leggiamo ricada in due categorie temporali: il libro di attualità (l’autore del momento, il libro-rivelazione, l’ultimo Nobel..) e i classici acclarati, quelli cioè il cui autore è morto ormai da qualche decennio (gli ultimi italia sono stati Calvini, Moravia, Pasolini..). Tutti quelli che cadono in mezzo a queste due categorie rischiano l’oblio: solo una parte riesce a passare dal successo di oggi alla classicità domani. E oltre tutto è un po’ straniante leggere un libro ambientato non nel solito comodo passato, o nell’ovvio presente, ma in uno scomodo ieri che siamo appena riusciti a superare, i primi anni ‘90: lo ieri in cui si usavano rubriche ed elenchi telefonici, la propria vita sentimentale non dipendeva da SMS o Whatsapp ma dalla segreteria telefonica, e i documenti si inviavano via fax.. uno ieri in cui, nel Regno Unito, il governo Major viveva gli ultimi fuochi del thatcherismo con la privatizzazione di British Rail (mentre in Italia, dove tutto è più dolce, anche la recessione sembrava smorzata, le privatizzazioni stavano sì iniziando ma promosse dal centrosinistra, e per anni sarebbero state considerate un successo).

In questo limbo si situano i romanzi di David Lodge: celebre docente di letteratura inglese e critico letterario, umorista tra i migliori degli anni ’80 e ’90. Lo scoprii per caso quando una mia zia regalò a mio fratello “Paradise News” (“Notizie dal paradiso”) e per me fu una rivelazione, che mi portò a divorare la “trilogia del campus” (ovvero “Changing places”, “Small world” e “Nice Work”; i titoli italiani sono un po’ goffi: “Scambi”, “Il professore va al congresso” e “Ottimo lavoro, professore!”; quello oggetto di questo post sembra fatto per scoraggiare il lettore: “La felicità è di questo mondo”, 1998).

Lodge sconvolgeva una serie di certezze per un italiano (di allora e anche di poi): si poteva fare umorismo vero (e non ironia, satira, sarcasmo..), si poteva farlo da persona colta, letterata e arguta e non necessariamente da cafone sguaiato; si poteva vedere il turismo di massa non come un gregge di ebeti ma come la versione attuale dei pellegrinaggi medievali; si potevano inscenare scene di sesso divertenti non necessariamente triviali o pecorecce! (oppure tragicamente intellettualoidi: si pensi alla scena “climax” di “Caos calmo” di Veronesi, peraltro bel romanzo..).

A ben pensarci, ho incontrato i romanzi di Lodge secondo una tempistica fortunata: quelli del Campus alla fine dell’università; “Nice work” durante il primo Contratto di Formazione e Lavoro, e anche se ero solo un pivello incaricato del Controllo Qualità in una filanda, un po’ potevo identificarmi con il problematico dirigente industriale; e ora questo “Therapy” arriva proprio quando sto per compiere 54 anni, più o meno come il protagonista,e come lui, avere quasi trent’anni di lavoro alle spalle porta a considerazioni e scelte (a volte mi chiedo cosa sarebbe successo se quella zia avesse invece regalato “Trainspotting”..)..

Il romanzo parla di Tubby, sceneggiatore di serie televisive di successo, uomo fatto da sé ma pieno di buona volontà nel colmare le proprie lacune (è un continuo “look up” anche prima dei motori di ricerca!); arrivato alla mezza età e al successo, si trova nella tipica situazione di chi sta troppo bene per compiere scelte drastiche nella vita (come invece è più facile fare da giovani), ma tuttavia ne sente il bisogno. Per affrontare la sua generica nevrosi, somatizzata in un dolore al ginocchio che gli impedisce il tennis e in una episodica impotenza, Tubby utilizza contemporaneamente psicanalisi, agopuntura, massaggi (tutte le “Terapie” del titolo).. finchè la vita, di cui si sentiva quanto meno padrone, gli scoppia in faccia: la moglie lo pianta. Fin qui tutto sostanzialmente tutto in forma di diario, il che offre il vantaggio dell’immediatezza della prima persona unito al non sapere “che cosa succederà poi” da parte del narratore; ma al momento della sorpresa da parte della moglie inizia un intermezzo, una girandola di racconti da parte delle donne della sua vita, freneticamente “riscoperte” nel tormentato periodo della separazione: l’amante platonica Amy parla durante le sue sedute psicanalitiche, Louise, l’avventura californiana, mentre telefona a una collega altrettanto scafata, la giovane collega Samantha, la stessa moglie Sally..

I momenti di crisi, si sa, portano a ricorrere alle soluzioni più stravaganti: ed ecco che il nostro Tubby, probabilmente nemmeno diplomato, si scopre un’ossessione per Kierkegaard! Sapevo molto poco di questo pensatore, e Lodge riesce brillantemente a parlarne senza nasconderne le stranezze ma anche mostrando, con la sua consueta umanità e umorismo, come può davvero interessarci (il contrario dello spirito italiota della “Corazzata Kotiomkin”, purtroppo ormai dominante..).

La vera svolta nella storia è, però (anche questo non originalissimo, ma inevitabile) la riscoperta del primo amore adolescenziale: come troppo spesso accade, nato purissimo e ideale, ucciso dall’incombere di desideri impossibili e dalle convenzioni sociali. Lei, Maureen Kavanagh, è irlandese e Lodge ne approfitta come suo solito per una gentile presa in giro del cattolicesimo sia preconciliare (l’adolecenza cattolica negli anni ‘50, sia anche di quello un po’ New Age legato al Camino de Santiago, che quando questo romanzo uscì stava diventando un fenomeno di massa; ma Lodge è troppo colto e intelligente per deridere o ignorare tout court il cristianesimo come farebbero altri autori di moda: preferisce sempre pensare, ragionare, capire (e la sua satira mi lascia sempre con più simpatia per il cattolicesimo che per la “Church of England”).

Ci sono, naturalmente, alcuni segni dei tempi che datano il romanzo, più privati della privatizzazione di British Rail: il giovane maestro di tennis che subisce stalking da parte di Tubby (convinto che la moglie lo tradisca con lui) e che se lo vede arrivare in camera da letto una notte armato di cesoie per tagliargli, a quanto pare, il codino… non sporge denuncia perché, sopresa sorpresa, è in letto con il compagno! e quindi, pur “innocente”, preferisce che non si sappia con chi dorme per non guastarsi la reputazione nel circolo esclusivo dove insegna: è un segno di discriminazione subìta, che oggi non accetteremmo. Così come l’episodio della bella Samantha, che accetta il viaggio a Copenaghen con Tubby (che ha prenotato due stanze separate, ma solo per la forma) per un “pellegrinaggio kierkegaardiano” sapendo che è il prezzo da pagare per un posto prestigioso: uno sfruttamento sessuale implicito che oggi non troviamo più “maliziosamente divertente” (anche se il finale sarà davvero comico).

A chi non avesse mai letto Lodge e ne fosse incuriosito, consiglio di iniziare con la “Trilogia del campus” (possibilmente in lingua originale), e solo dopo passare a “Notizie dal Paradiso” o a questo; altri ancora, come “Deaf sentence” (sempre moscio il titolo italiano: “Il prof è sordo”..) sono per gli appassionati dell’autore.

Mi resta da leggere “Author, author” (il richiamo del pubblico che a fine spettacolo vuole vedere l’autore; solo in italiano titolo cambiato, ahimé: “Dura, la vita dello scrittore”..): a presto!

Pet Sematary, di Stephen King

Ringrazio chi, sulle pagine di lettura, me lo ha spesso consigliato: questo è proprio il King “delle origini” o quasi, quello che nelle mie recensioni spesso giustappongo a quello attuale.. e mi sembra di aver visto giusto: il King di trent’anni fa (con “solo” 10 anni di brillanti successi alle spalle) è davvero più semplice nella struttura narrativa (dall’inizio alla fine un’unica linea narrativa, al passato, in terza persona) ma ha decisamente un’altra potenza immaginifica, che mi viene da qualificare con un parolone spolverato apposta: mitopoietica!

Sì, perché il “cimitero degli animali”, e soprattutto il cimitero indiano di cui è una sorta di ombra, hanno la profondità del mito; toccano corde profonde. Il tema di fondo del romanzo è il nostro rapporto con la morte: il protagonista, il medico Louis, orfano allevato da uno zio impresario di pompe funebri, ne è quasi morbosamente attratto, mentre la moglie Rachel ne è terrorizzata, per aver dovuto seguire vicino da bambina l’agonia e la morte della sorella; il vecchio Jud, vicino di casa e “il padre che Louis non aveva mai avuto”, e la moglie Norma ammoniscono su come sia sbagliata la rimozione della morte praticata dalla civiltà contemporanea..

Nel romanzo protagonista è il “cimitero indiano”: il “cimitero degli animali” del titolo non ne è che una pallida imitazione; ma riempie di fascino crepuscolare tutta la prima parte del romanzo, con questa tradizione infantile, che i ragazzini mantengono da decenni all’insaputa degli adulti, perché vivono una fascinazione della morte che solo Bradbury ha rappresentato così bene.

La struttura del romanzo somiglia a quella di “Shining”, uscito pochi anni prima (un po’ come il nocciolo di “It” verrà riutilizzato pochi anni dopo per “Il poliziotto della biblioteca”, ottimo romanzo “breve” in “Quattro dopo mezzanotte”): una coppia con bambini cambia casa e va a vivere in una località che ha aspetti insoliti; la tensione degli avvenimenti farà esplodere conflitti interni dimenticati; un figlio o figlia avrà contatti paranormali che gli permetteranno di scatenare un’azione di soccorso; un anziano amico cerca di venire in aiuto, ma non potrà far molto..

Un King seminale spezia il racconto con ingredienti aggiuntivi:

  1. Il razionalismo di Jud, che riflette su come il Wendigo sia un mito creato per giustificare i periodi di cannibalismo tribale; inoltre su come il “cimitero indiano” non tragga il suo potere “dagli indiani”, che in fondo non possono essere arrivati lì dall’Asia da più di mille-duemila anni..
  2. L’orrore cosmico, ben intonato al precedente: quando il medico torna la seconda volta al cimitero indiano, si rende conto che i tumuli di pietre sono anch’essi a spirale come le sepolture nel “cimitero degli animali”, alza lo sguardo al coelo e vede la galassia.. è un momento davvero lovecraftiano.
  3. Il cannibalismo: prima citato per spiegare il Wendigo, poi drammaticamente all’opera nel racconto, anche se per fortuna solo in una breve pennellata..
  4. I peccati di un paesino di provincia: il realismo delle descrizioni della vita di paese è una delle cose che amiamo di più in King, e fa da efficace bagno di coltura all’orrore. I personaggi non sono banali ma sfaccettati. Il vecchio Jud, tenero nonnino nonché “il padre che Louis non aveva mai avuto” fin dall’incipit, non solo nel corso della prima visita al cimitero indiano appare ambiguamente come posseduto da un’entità esterna; ma, raccontando a Louis i fatti avvenuti durante la guerra per ammonirlo a non fare lo stesso, dovrà ammettere a Louis che frequentava molto i bordelli di Bangor.. e in chiusura del romanzo scopriremo che la sua adorabile moglie Norma non solo sapeva, ma si rifaceva con tutti i suoi amici! (è lo spirito maligno a dirlo: malevolo sì.. ma purtroppo veridico).

Chi critica i finali kinghiani non si lamenterà: l’ultima pagina costituisce un finale aperto davvero raggelante. La penultima, sul destino di Steve l’assistente di Louis, indirettamente ci dice qualcosa su come il finale aperto è poi proseguito; dato che non si sono registati altri avvenimenti clamorosi a Ludlow.

Una domanda resta senza risposta: qual è la potenza “buona” (analoga alla “luccicanza” di “Shining”) che parla attraverso Pascow moribondo e poi lo fa apparire nei sogni di Louis ed Ellie cercando di avvisarli?

19/11/2022: lo Spazio Tadini

Sono cresciuto occhieggiando qua e là le opere di Emilio Tadini, per lo più sulle pagine del Corriere della Sera: queste brillanti favole colorate, dal significato sfuggente ma ammalianti nei loro colori smaglianti, mi evocavano un’avanguardia ardita ma amichevole e comprensibile, come quella di Enrico Baj.

Appena saputo dell’esistenza dello Spazio Tadini, ho iniziato quindi a puntare a un’occasione per visitarlo; non prima di essermi assicurato l’appoggio logistico di due lambratesi doc come Laura e Stefano.

Lo Studio si trova in via Jommelli, tra Città Studi e Casoretto, equidistante dalle metrò Loreto, Piola e Lambrate; è un angolo di Lambrate che riporta al dopoguerra e anche prima, con il fascino di vie e traverse raccolte, come via Falloppio. Lo Spazio stesso è adiacente alla Chiesa Armena (che meriterà un post tutto suo), e non evidente perché ospitato in una palazzina dall’antica insegna “ Casa Editrice Marucelli”.

L’arcano è presto svelato: il padre del pittore era socio di questa casa editrice dedicata a manuali pratici e di agricoltura, che poi rilevò; il piano terra della palazzina era la tipografia, e tuttora ospita reperti dell’epoca e anche più antichi: da caratteri in piombo a un premiato torchio che contribuì a stampare l’edizione “quarantana” dei Promessi Sposi.

Una tavola educativa della Casa Editrice Marucelli

Oggi vi abitano il figlio del pittore, che incontriamo di sfuggita, e famiglia: è infatti la nuora, Melina Scalise, a guidarci con attenzione e competenza nel labirinto del pensiero e delle opere di Tadini, nonchè dell’arte contemporanea in generale.

La nostra guida e padrona di casa

Siamo stati fortunati: al piano terra è in corso anche una mostra temporanea, “Tadini&Co”, che raccoglie opere dei compagni di strada nel dopoguerra artistico. Non era facile difendere l’arte figurativa dall’accusa di passatismo reazionario quando il progresso artistico e ideologico sembrava coincidere con l’astrattismo e l’informale di Vedova, ecc.; ma insieme a Enrico Baj, Mimmo Paladino, Alik Cavaliere, Tullio Pericoli ed altri, Tadino riuscì ad aprirsi una via figurativa. Di ognuno di loro è esposta almeno un’opera; non mancano esponenti della pop art come il britannico Richard Hamilton e il concettuale Beuys; è presente anche Guttuso, ideologicamente progressista ma (o forse per questo) stilisticamente legato al “realismo socialista” di matrice sovietica (ma qui rappresentato anche da un bel nudo).

È nell’ampio spazio al piano di sopra che si ha la possibilità di ammirare una serie di grandi opere di Tadini, appartenenti ai cicli delle Città, delle Case, delle Favole; a volte in uno stile più rarefatto:

più spesso, grandi quadri e trittici che incantano per le cromie e i personaggi:

ma di cui Scalise ci rivela il simbolismo celato negli anagrammi e nelle numerologie presenti, nei riferimenti a Freud, Lacan e Deleuze.. ma davvero è bene lasciar parlare i quadri, e approfondire solo dopo i criptici riferimenti, come quelli alla Madonna del Parto di Piero della Francesca in questo trittico:

Lo Spazio espone anche oggetti diversi dai dipinti: come taccuini presi durante i viaggi, libri dedicati all’artista e anche suoi saggi e romanzi (iniziò effettivamente come scrittore), foto e appunti sulla sua amata bicicletta..

a proposito di bicicletta

Completa l’esposizione una scelta di foto del figlio Francesco: una serie di immagini scattate a Milano ma rielaborate artisticamente:

Le visite sono normalmente al sabato; su prenotazione anche la domenica; è bene tenere d’occhio il sito, perché possono venire organizzate altre mostre in contemporanea, oppure visite serali “a lume di candela”.

Per concludere, uno Spazio che andrebbe senz’altro valorizzato dal Comune di Milano, che già propone un circuito di “case d’arte”.

Per qualunque approfondimento, vi invito a visitare il ricco sito dello Spazio:

2021-09-25 il Parco di Porto di Mare e Santa Giulia

Oggi ci dirigiamo con le bici verso il Corvetto per proseguire verso Santa Giulia.

Il percorso ciclabile e pedonale che unisce piazza Medaglie d’Oro, piazzale Lodi, Piazzale Corvetto e piazza Gabrio Rosa è sempre interessante: i segnali avvisano che ci si sta dirigendo verso la Valle dei Monaci, periodicamente appaiono aiuole del Miglio delle farfalle.

Il Miglio delle farfalle: una delle varie iniziative (vedi anche al Parco Nord) messe in atto per tutelare la biodiversità, a rischio un po’ dappertutto, proprio nelle città, che tradizionalmente ne sono state povere

Soprattutto, interessante è il mutare della popolazione lungo il percorso: a mano a mano che ci avviciniamo al Corvetto aumenta la percentuale di immigrati, diventano più numerosi i negozi etnici; se in piazzale Corvetto, di fianco all’edicola multifunzione un chiosco offre birre di produzione locale e un complesso musicale sta allestendo un palco, l’ultimo tratto ci viene da chiamarlo ‘Little Karachi’ per l’abbondanza di cornershop di stile indiano, e piazza Rosa è affollatissima di giovani apparentemente arabi: mentre nell’antistante chiesa di San Michele e Santa Rita si svolge una cerimonia cattolica. Rifletto a quanti considererebbero questa piazza ‘mal frequentata’ se non ‘in mano alla delinquenza’: eppure il senso urbanistico di una piazza è proprio permettere alla popolazione di incontrarsi e condividere uno spazio e una parte del proprio tempo; e questa piazza ci riesce molto bene, dando un’idea di un angolo della Milano di domani.

Proseguiamo lungo la residenziale e tranquilla via Boncompagni fino alla stazione di Rogoredo; la attraversiamo usando i sottopassaggi e raggiungiamo Santa Giulia. Qui la situazione è opposta: dietro i palazzoni di Sky schiere di condominii per la piccola e media borghesia; un deserto, con poche auto e pochissimi pedoni circolanti. Sembra un vero quartiere dormitorio, che trova un po’ di animazione solo nella parte risalente agli anni ’60, dove esiste una parrocchia e all’incrocio tra le vie Freikoefel e Monte Cengio un bar trabocca di avventori.

Passando sotto un altro sottopassaggio, percorriamo via George Orwell (un altro grande trattato non troppo bene dalla toponomastica!), poi scendiamo a sud costeggiando la ferrovia. Scopriamo il Parco di Porto di Mare, una zona tra campagna, cave abbandonate e piccole industrie ancora in funzione; da qualche anno Italia Nostra se ne occupa, sistemando anche apiarii e una pista per mountain bike ( http://www.milanoportodimare.it/ ).

Il Parco offre bei paesaggi e colline, acquitrini e laghetti coperti di lenticchia d’acqua e popolati da folaghe oltre che dagli onnipresenti parrocchetti.

Uno dei numerosi laghetti, probabilmente una ex cava

Nonostante sia fine settembre, vediamo diversi esemplari di Vanessa atalanta, in effetti la farfalla più tardiva.

Vanessa atalanta brok beentree.jpg
un esemplare di Vanessa atalanta, da Wikipedia

Risalendo verso nord e verso il raccordo autostradale, il parco si anima: un bel Parco Avventura è affollato da bambini, un crocchio di madri rom li tiene d’occhio da vicino; intorno, tavolate di sudamericani con musica ad alto volume.

Un acquitrino

2021-08-28 Escursione al Gran Lago delle Cime Bianche

Finalmente ho l’occasione di visitare da vicino le Cime Bianche, il vallone ai confini con la Valtournenche e il suo Plateau Rosa!

L’escursione era molto ben organizzata: guida escursionistica Marzia Mosca, che rivediamo anni dopo altre gite; con lei un archeologo, che ci spiegherà i segreti della lavorazione della pietra ollare, e uno storico.

prima fase dell’escursione

La salita percorre il vallone delle Cime Bianche, detto anche di Cortot o di Tsère:

All’Alpe Garda esaminiamo l’edificio superstite: tra le torbiere, quattro stanze quadrate in successione e una di servizio a fianco fanno pensare a un magazzino commerciale, più che a un semplice alpeggio. Infatti siamo su un importante percorso che conduce al Vallese.

l’Alpe Garda con i resti dell’antico magazzino commerciale

La vista del lago, oltre il quale si aprono il Plateau Rosa e la Valtournenche, è grandiosa:

Tornando visitiamo anche uno scavo archeologico a Saint-Jacques, in località detta non a caso Fusines (sotto il Fior di Roccia): qui vediamo un laboratorio altomedievale dove veniva tornita la pietra ollare, sottostante a una fonderia della fine Trecento.

Lo scavo stratigrafico di Fusines

Fauna. Escursione molto ricca dal punto di vista ornitologico. Poco prima dell’alpe Garda vedo un giovane gipeto volteggiare: il riconoscimento non è certissimo, ma il colore rossiccio e la mancanza di macchie bianche subalari non mi fanno pensare a un aquilotto. E’ un’altra prova che il ripopolamento delle Alpi Occidentali sta avendo succeso.

A prtire da quel punto, per tutto il percorso saremo accompagnati da rondoni alpini (come aspetto sono simili a balestrucci) che volano basso.

Rondone alpino (da Vogelwarte.ch)

Al lago, un altro bell’avvistamento: un sordone, passeriforme che in questa stagione si trova solo a queste quote.

Un sordone (da Wild-Life.me)

Infine, tra i massi erratici intorno al lago, una scena inattesa: un rapace, apparentemente un gheppio, lotta a terra con una preda, che deve inseguire qua e là; purtroppo non riesco a vedere chiaramente, soprattutto quale fosse la preda.

L’Argentina in un romanzo, ma senza tango

Titolo: Sopra eroi e tombe | Autore: Ernesto Sábato | Anno di pubblicazione: 1961 | Titolo originale: Sobre héroes y tumbas

Avete presente quelle opere di arte moderna, che più che sculture tradizionali sono installazioni, più che dipinti assemblaggi di materiali diversi, formate da componenti decisamente eterogenei, che però nel loro contrasto emanano un’aura tutta particolare?

Così è questo romanzo di Sábato: sua principale e peraltro quasi unica opera letteraria, dato che gli altri due suoi romanzi, “Il tunnel” e “Abaddon lo sterminatore”, riprendono molti dei temi qui riuniti.

Il modo in cui la letteratura latinoamericana raggiunge il nostro paese è decisamente erratico, se il successo travolgente di García Márquez e Isabel Allende non ha mai portato a conoscere un romanzo come questo, che precorre di decenni alcuni dei temi e delle tecniche con cui lo scrittore colombiano meritò il Nobel; anzi, solo nel 2010 ne è stata pubblicata una traduzione integrale!

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Certo, qui siamo in Argentina: terra di rovelli esistenziali e infinita nostalgia dell’Europa, che non si puó annegare nelle spezie caraibiche, e dove manca anche lo sguardo sereno e aristocratico di una Allende, che possa trascendere la realtà quotidiana. Ma un romanzo latinoamericano che riesce ad affascinare senza passioni sensuali meriterebbe ammirazione solo per questo; piacerà a chi di García Márquez ha apprezzato anche l’amaro “Generale nel suo labirinto”.

Il romanzo si apre con lo stralcio di un articolo di cronaca nera, che descrive l’atroce morte di una giovane e di un certo Fernando. La giovane è la stessa Alejandra di cui, nelle pagine successive, ci viene raccontato l’incontro con Martín nel parco Lezama, avvenuto due anni prima.

Questa morte incombente ricorre come un tema musicale e crea un senso di circolarità temporale, come sarà per la fucilazione di Aureliano Buendía in “Cent’anni di solitudine”; la similitudine musicale viene evocata anche dallo stile di Sábato: opposto alla sinteticità oracolare di Borges, si esprime con lunghe ondate di pensieri, con un armonioso flusso di coscienza che continuamente parte dall’uno o dall’altro dei personaggi, per arriva a descrivere gli altri protagonisti, mai visti “oggettivamente”, ma sempre attraverso la descrizione o il ricordo o il sentito dire di qualcun altro.

Inoltre la narrazione, lungi dall’essere lineare, procede per flash-back progressivi, che ricostruiscono la vita della misteriosa Alejandra e, in minor misura, dell’ “umiliato e offeso” Martín, rifiutato fin dall’infanzia da una “madrefogna” che avrebbe voluto abortirlo, e non difeso dal debole padre; e al tempo stesso descrive l’approfondirsi della loro tormentata relazione.

Una difficile relazione amorosa, un “desencuentro”, che a Martín, più che amore e comprensione, porterà la conoscenza di ogni angolo della società “porteña”.

Centro di tutto è la palazzina degli Olmos Acevedo, la famiglia di Alejandra, dove Martín riuscirà a essere ammesso solo dopo mesi di faticosi appuntamenti. Un tempo villa padronale nella pampa, ormai fagocitata dall’espansione industriale del quartiere di Barracas, ridotta a una parte della pianta iniziale perché il resto è stato via via venduto e trasformato in case popolari e capannoni industriali; nelle stanze superstiti, ingombre di vecchi mobili e relitti di altri tempi, sopravvivono i membri di questa antica famiglia: un bisnonno perso nei ricordi delle guerre civili (uno dei suoi ricordi, l’antenato Celedonio Olmos che partecipa con padre e fratello alla Legione della libertà, diventerà un’altra delle immagini ricorrenti del romanzo), uno zio demente che non parla ma suona il clarinetto, una prozia folle che vive reclusa da novant’anni conservando la testa del padre.. Martín si muove a tentoni in questo mondo di ricordi, cercando goffamente di ricavarne un senso, e soprattutto di capire Alejandra.

Alejandra si staglia su tutti: giovane ribelle, piena di oscuri segreti (il più atroce la porterà alla orribile morte annunciata fin dall’inizio, ma non verrà mai esplicitato, anche se intuibile: uno dei tanti motivi di fascino del romanzo è l’intensità del non detto, di quanto va letto tra le righe). È facile definirla epilettica, bipolare, e magari alcolizzata e drogata (si veda su Goodreads la bella recensione di Steven Godin): in realtà è tutto questo, ma è anche un personaggio che riassume grandi contraddizioni umane e storiche; un personaggio così vivo da aver ispirato al grande compositore Aníbal Troilo un tango a suo nome (con testo dello stesso Sábato), e al contempo essere forse metafora dell’Argentina stessa.

Alejandra che cerca la santità e la perdizione; che da ragazzina seduce per sfida il suo compagno di giochi, tranquillo cattolico benpensante, poi lo porta in alto mare per morire insieme; che esprime secoli di amarezza accumulata (“tuo trisnonno il generale Acevedo? Quello di viale Acevedo?” “solo nomi di strade ci rimangono”), che dà appuntamenti nei tempi e momenti più imprevisti, compare con le compagnie più strane, ma lo avverte “io sono una schifezza” (“yo soy basura”) ed è sempre disponibile a una spiegazione e a una riconciliazione, in un disperato tentativo di redenzione con l’ingenuo Martín.

Ogni capitolo si svolge in un ambiente sociale diverso, che Sábato ricostruisce magistralmente adottandone ogni volta il registro linguistico: dal “bar sport” di Chichín dove Martín va a consolarsi con gli amici parlando dell’amato River Plate, in una conversazione che mescola italiano, spagnolo, “cocoliche”; alla grande impresa dove cerca lavoro tramite una raccomandazione di lei, per ottenere solo un’interminabile predica gonfia di retorica aziendalista; al condominio popolare dove un umile conduttore di carrozze gli offre un letto, gli spiega che non si sente di abbandonare la vecchia carrozza a cavalli per i nuovi taxi, e gli fa conoscere il padre, che ancora parla solo calabrese e ricorda la festa di San Giuseppe; ai locali notturni dove incontrano l’ambiguo faccendiere italiano Bordenave, ed emigrati russi, già violinisti al Teatro Colón, sono ridotti a lavare bicchieri; o il frivolo ambiente della sartoria dove Alejandra lavora, tra colleghe pettegole e omosessuali agenti di teatro.. un turbine di ambienti, di illusioni e nostalgie, dove l’unico punto d’appoggio è Bruno, intellettuale saggio e disincantato, già innamorato di Georgina, la madre di Alejandra.

Ogni ambiente offre il pretesto per riflessioni storiche e umane, troppe per riportarle qui; e non manca la pagina di storia vissuta senza capirla dall’uomo comune: come Fabrizio Del Dongo passava una giornata su un campo di battaglia, ma solo tempo dopo gli spiegavano che era stata Waterloo, cosí Martín è in plaza de Mayo quando la Marina bombarda la Casa Rosada sperando di eliminare Perón, ma uccidendo centinaia di persone, e la risposta è la “quema de las iglesias”, saccheggio e distruzione delle chiese del paese da parte dei peronisti. Martín e un suo amico “cabecita negra” (cosí erano chiamati con disprezzo gli operai appena arrivati nella periferia di Buenos Aires dalle campagne) prima partecipano a un rogo di arredi sacri, poi aiutano un’anziana signora a salvare un crocefisso: nell’elegante casa di lei verranno premiati, ma incomprensione e incomunicabilità continueranno a regnare.

Non manca un incontro con Borges, maestro ammirato ma non amato, di cui si ricorda un lungo dissidio con l’autore per evidenti ragioni ideologiche e umane, ma anche una storica “riconciliazione”.

Un turbine di esperienze in cui Martín è trascinato dalla gelosia all’inseguimento della sfuggente Alejandra, fino a intravedere in un bar un uomo che gli sembra dominarla..

..e quell’uomo è Fernando, il padre di lei: come lei stessa, esasperata dalle domande di Martín, gli rivela. E qui inizia una parte totalmente diversa del romanzo: il “Rapporto sui ciechi”, cosí famoso da essere pubblicato anche da solo, ed essere diventato un fumetto disegnato da Alberto Breccia. È un altro pezzo di bravura di Sábato: centocinquanta pagine narrate in prima persona, il lucidissimo delirio di Fernando appunto, uomo dai mille volti (anarchico, falsario, esperto d’arte, criminale generico..), dominato dall’ossessione di una congiura dei ciechi per dominare il mondo. È questa parte centrale del romanzo a potersi definire decisamente “weird”.

Innanzitutto la trama stessa: l’ossessione di Fernando è cosí coerente, logica, capillare da convincere il lettore, fino a fargli temere la stessa mostruosa cospirazione. Ogni aspetto della realtà è piegato ad essa; e Fernando riesce ad accumulare casi di cronaca nera che dimostrano l’onnipotenza della temuta setta; episodi anche nerissimi e morbosi, come quello dei due camerieri “puniti per un tradimento” con l’essere “accidentalmente” rinchiusi nell’ascensore dei padroni appena partiti per le vacanze estive. Con lucida razionalità Fernando analizza le fasi della loro agonia, la disperazione, il cannibalismo che si sarà alla fine scatenato tra loro (è arrivato a studiare i ritrovamenti polizieschi..). Rifugiato a Parigi, scopre che presso un amico pittore lavora una modella cieca: poterla vedere non visto scatenerà le sue ossessioni, e pur di “studiarla meglio”, avrebbe atrocemente punito il marito..

“Weird” e “fantasy” sono i lunghi deliri che Fernando narra, nel corso delle sue notti insonni: un gigante monocolo che lo spinge attraverso paludi brulicanti di vermi verso un orizzonte sconosciuto, mentre pterodattili e giganteschi pipistrelli lo perseguitano e gli strappano gli occhi (come lui faceva da bambino agli uccelli catturati, traumatizzando il mite Bruno); l’arrivo a una città sconosciuta, dove torri altissime custodiscono un idolo misterioso..

Ulteriormente “weird” è l’esplorazione della “casa dei ciechi”. Se il “Rapporto sui ciechi” è un romanzo nel romanzo, al punto che in Argentina è stato anche pubblicato a parte (come si pubblica a parte “Un amore di Swann” per attrarre il lettore che esiterebbe ad affrontare direttamente “Dalla parte di Swann”), nel “Rapporto” il racconto dell’esplorazione notturna del sotterraneo dei ciechi è un racconto nel romanzo nel romanzo: e meriterebbe di entrare nel canone della “fantascienza sotterranea”1. Sábato è bravissimo a narrarla in modo che le allucinate illazioni di Fernando siano altrettanto verosimili delle spiegazioni più razionali che il lettore, sopraffatto, cerca di darsi per non soccombere alla follia! Un interminabile sprofondare nell’abisso della coscienza: e non a caso il finale di questa parte è l’immediato preludio del misfatto accennato all’inizio.

L’ultima parte riguarda le conseguenze di quel fatto di sangue. Martín cerca per quanto può di capire la morte di Alejandra, e trovare un senso in una vita assurda. Pian piano, l’andamento della narrazione si trasforma in un pezzo di bravura finale, con due piani storici sempre più freneticamente alternati fino a fondersi (come farà King in It, se mi permettete il paragone): il vagabondaggio per Buenos Aires di Martín, impazzito dal dolore, fino a che non prenderà la decisione di fuggire verso la Patagonia dove lavorare come camionista; e la ritirata dei resti della Legione della Libertà, ultimo pezzo dell’esercito che si opponeva al dittatore Rosas. Solo un uomo dell’apertura mentale di Sábato2 poteva mettere in parallelo due episodi così diversi. Il secondo, in particolare, assume grande respiro: un’epica ritirata verso le province andine di Jujuy e Salta dove resistere, così si illude il generale Lavalle: e i suoi uomini per lealtà non vogliono disilluderlo, nemmeno dopo che i reggimenti provenienti dalle altre province argentine li hanno lasciati per tornare a difendere le loro case; quando il generale, appena arrivato a Jujuy, viene ucciso in un’imboscata, i centocinquanta uomini rimasti decidono di impedire a tutti i costi al generale nemico Oribe di mantenere la sua promessa, “rientrare a Buenos Aires con la testa di Lavalle su una lancia”. Comincia cosí un’ulteriore allucinante fuga verso la Bolivia trascinandosi dietro il cadavere del generale, protetti da una retroguardia che viene via via sterminata, mentre il cadavere va putrefacendosi e a un certo punto il suo compagno d’armi più fedele deve scarnificarlo, per continuare a portar via solo la testa, il cuore e le ossa..

Per finire in un senso della vita esistenziale ed etico, dove solo la solidarietà umana salva l’uomo, come nei contemporanei Camus o in Terra degli uomini di Saint-Exupéry o La condizione umana di Malraux: “non importa che la guerra sia assurda: il tuo plotone è un valore assoluto”.

1 sotto-sottogenere fantascientifico che amo molto, il cui corpus era una volta pressochè interamente incluso nel volume “Scendendo”, ma a cui oggi possiamo riportare molti capitoli di “It”, nonché racconti come “The way it works out and all” di Peter Beagle e “The catastrophe of cities” di Lisa Goldstein.

Il principio sottinteso è: La verità, anziché dentro di noi, potrebbe essere al di sotto, e perché no nelle fogne?

2 Sàbato fu dirigente della Gioventù Comunista Argentina negli anni ’30, seguendo anche corsi della scuola del partito a Mosca, negli anni di Stalin; ma in seguito si distaccó dal comunismo per approdare a una filosofia esistenzialista.

Negli anni ’80 fu molto apprezzato come presidente della Conadep, la Commissione nazionale per i Diritti Umani che al ritorno della democrazia cercó di fare il bilancio dei crimini della dittatura militare.

2020-12-26 e 13: sulla Martesana

Santo Stefano di sole, dopo giorni di pioggia: è il momento per scoprire davvero il Naviglio della Martesana, di cui abbiamo avuto un assaggio due domeniche fa.

AVVICINAMENTO

Arriviamo da Milano Sud: questo ci dà l’occasione di passare prima per il ‘Tombon de San Marc’, fino al 1920 laghetto terminale delle acque della Martesana e del Seveso, dove veniva scaricata anche la carta per le rotative del Corriere [via Solferino è a un passo].

Da lì, seguendo un tratto di ciclabile, proseguiamo verso il Ponte delle Gabelle, altra importante struttura.

Con la Torre Diamante sullo sfondo, nuovo e antico si incrociano
La chiusa del Ponte delle Gabelle

Attraversato il ponte, un’occhiata alle Cucine Economiche, importante istituzione della Milano solidale dell’800, e risaliamo via Melchiorre Gioia, dove fino agli anni ’60 il Seveso scorreva a cielo aperto. Strada facendo meritano una sosta sul lato ovest Palazzo Lombardia, poi sul lato est prima un nuovo grattacielo a strapiombo, in seguito la chiesa e le scuole dei Salesiani.

PERCORSO

Si arriva così alla Cassina de’ Pomm. Era un ritrovo caratteristico della Milano da Bere, ma a quei tempi non avevo l’età. Oggigiorno questa bella cascina ristrutturata ospita una birreria, oggi purtroppo chiusa. Un bel ponte in ferro scavalca la parte terminale del Naviglio, che qui si getta sottoterra, per scorrere sotto via Melchiorre Gioia. Qui si trova l’ultima stazione BikeMi in questa direzione: quindi ritireremo le bici con il vincolo di essere di nuovo qui entro 2 ore, prima che scatti una penalità. Una delle prossime domeniche, quando sarà aperto un noleggio qui a Cassina de Pomm, le noleggeremo a giornata per raggiungere Cassano d’Adda.

La Cassina de’ Pomm era anticamente dotata di un parco, che a fine ‘800 fu detto il ‘Bois de Boulogne milanese’ anche perchè luogo deputato ai duelli, formalmente illegali.

Iniziamo il percorso. Dopo qualche centinaio di metri si passa sotto le massicce campate dei viadotti dei treni dalla Stazione Centrale. Il percorso pedonale e ciclabile è sulla sponda sud del Naviglio [corrispondente alla sinistra idrografica]; la sponda nord è una successione di semplici orti e giardini sull’acqua, che dànno ancora un’idea di quanto dovesse essere animata la vita rivierasca.

Il nespolo fiorisce in dicembre

Si raggiunge il parco Finzi, dove si trova un tempio sotterraneo, analogo al ’Tempio della Notte’ di Cernusco sul Naviglio, usato probabilmente a fine ‘700 per riti massonici [purtroppo raramente visitabile], e il ‘Canton frecc’, un angolo particolarmente verde e fresco. Raggiunto viale Monza si passa a fianco dello Zelig, il locale che a fine anni ’80 rilanciò il cabaret. Siamo all’altezza di Gorla e non si può non sostare a contemplare, sul lato nord, la piazza e il monumento dedicati ai Piccoli Martiri. Poco dopo la vista viene rallegrata dagli spazi verdi del Parco Martiri della Libertà Iracheni Vittime del Terrorismo [ci vorrebbe un nome più pratico..], con l’anfiteatro e un bel murale.

Il cartello racconta di quando Gorla era detta ‘piccola Parigi’, perchè oltre che da secoli luogo di villeggiatura per l’aristocrazia, a fine ‘800, con il milioramento delle comunicazioni, era già luogo di svago domenicale dei milanesi.

Da questo punto la sponda nord diventa un po’ più campagnola e alberata: ai germani si affiancano sempre più numerose le galline d’acqua immature e adulte, così come intere famiglie di nutrie. Un folto stormo di gabbiani si può trovare posato qui, su una fabbrica abbandonata, oppure all’incrocio tra Martesana e Lambro. Con un po’ di fortuna si può vedere un martin pescatore.

Segnalo, per chi volesse fermarsi a mangiare, che a poche centinaia di metri dal Parco, in via Padova, si trova L’angolo d’Abruzzo n.2. Oggi siamo in ‘zona rossa’, quindi ci accontenteremo di kebab e pizza da asporto a Punto Pizza in via Edolo.

Proseguiamo intanto e dopo la cappella della Madonna di Crescenzago si raggiunge l’incrocio con via Padova all’altezza di via Adriano, segnalato da una bella fontana anni Trenta, dalla Madonna della Resistenza e dall’Associazione Musicale Crescenzago. È anche il punto dove inizia la via privata Amalfi, con le sue belle ville rivierasche.

Arrivati vicino a Cascina Gobba, prima di raggiungerla il Naviglio svolta a nord dirigendosi verso Sesto San Giovanni. Ci troviamo ormai in aperta campagna [la zona di via Adriano è poco costruita, e lo era ancora meno fino a qualche anno fa].

Una delle cascine più o meno abbandonate lungo il Naviglio, caratterizzata da una bislacca esposizione di oggetti.

Dopo una decina di minuti in direzione della torre di comunicazioni che segnala la Tangenziale Est, raggiungiamo la nostra meta: l’incrocio tra Martesana e Lambro!

‘Incrocio’ è il termine più corretto: non c’è confluenza, le placide acque del Naviglio scavalcano quelle più impetuose del fiume grazie a un canale sopraelevato; come più a monte, verso Gorgonzola, avviene sopra il Molgora: ma qui con ben altre dimensioni.

È una delle opere idrauliche più imponenti di Milano.

Come si può vedere, le acque della Martesana in primo piano, che si muovono da destra a sinistra, scavalcano quelle del Lambro, che nella foto si muovono dall’alto in basso.
Il Lambro procede verso sud: Cascina Gobba è a qualche centinaio di metri

Per completare la ricognizione del Lambro, tornando compiamo una deviazione verso Cascina Gobba. La storica trattoria nell’omonima cascina è ormai chiusa da molti anni. Sul fianco della stazione verso Milano un ponticello pedonale scavalca il fiume verso via Rizzoli: non appare particolarmente utile visto che con un percorso di duecento metri il marciapiede vi arriverebbe comunque, ma chissà: forse quarant’anni fa, quando fu costruito, mancavano altri passaggi.

A questo punto torniamo indietro.

RIENTRO

Trovandoci in zona Melchiorre Gioia, cogliamo l’occasione per attraversare via Stefini e la sua ferrovia su un piano ribassato e visitare il Villaggio dei Giornalisti: uno dei tanti quartieri, nascosti qua e là per Milano, che sembrano villaggi autonomi. Spiccano diverse costruzioni originali: se le case-fungo dell’arch. Cavallè furono abbattute dal suo stesso nipote, restano le case-iglù.

Anche la ‘Palafitta’ dell’arch. Figini, dove vive ancora la famiglia, merita di essere vista; tutto il quartiere comunque fino a piazza dei Carbonari, inclusa la zona detta Maggiolina, è interessante.

È evidente perchè la villa di Figini abbia quel soprannome

A sud di piazza dei Carbonari una bella successione di parchi cittadini [Aldo Protti, Gregor Mendel] portano praticamente fino ai bei giardini dietro piazza Aulenti [speriamo che attecchiscano: qualcuno sembra stentato]. Proseguendo verso Porta Nuova, arriviamo alla Fondazione Feltrinelli e alla appena inaugurata Passeggiata Pasternak, già piena di ragazzi in skateboard e cani al guinzaglio [bello averla intitolata allo scrittore perseguitato che fu una delle più coraggiose pubblicazioni di Feltrinelli, comunista ribelle anche contro l’ortodossia comunista].

Il percorso totale è di 27 km.