19/11/2022: lo Spazio Tadini

Sono cresciuto occhieggiando qua e là le opere di Emilio Tadini, per lo più sulle pagine del Corriere della Sera: queste brillanti favole colorate, dal significato sfuggente ma ammalianti nei loro colori smaglianti, mi evocavano un’avanguardia ardita ma amichevole e comprensibile, come quella di Enrico Baj.

Appena saputo dell’esistenza dello Spazio Tadini, ho iniziato quindi a puntare a un’occasione per visitarlo; non prima di essermi assicurato l’appoggio logistico di due lambratesi doc come Laura e Stefano.

Lo Studio si trova in via Jommelli, tra Città Studi e Casoretto, equidistante dalle metrò Loreto, Piola e Lambrate; è un angolo di Lambrate che riporta al dopoguerra e anche prima, con il fascino di vie e traverse raccolte, come via Falloppio. Lo Spazio stesso è adiacente alla Chiesa Armena (che meriterà un post tutto suo), e non evidente perché ospitato in una palazzina dall’antica insegna “ Casa Editrice Marucelli”.

L’arcano è presto svelato: il padre del pittore era socio di questa casa editrice dedicata a manuali pratici e di agricoltura, che poi rilevò; il piano terra della palazzina era la tipografia, e tuttora ospita reperti dell’epoca e anche più antichi: da caratteri in piombo a un premiato torchio che contribuì a stampare l’edizione “quarantana” dei Promessi Sposi.

Una tavola educativa della Casa Editrice Marucelli

Oggi vi abitano il figlio del pittore, che incontriamo di sfuggita, e famiglia: è infatti la nuora, Melina Scalise, a guidarci con attenzione e competenza nel labirinto del pensiero e delle opere di Tadini, nonchè dell’arte contemporanea in generale.

La nostra guida e padrona di casa

Siamo stati fortunati: al piano terra è in corso anche una mostra temporanea, “Tadini&Co”, che raccoglie opere dei compagni di strada nel dopoguerra artistico. Non era facile difendere l’arte figurativa dall’accusa di passatismo reazionario quando il progresso artistico e ideologico sembrava coincidere con l’astrattismo e l’informale di Vedova, ecc.; ma insieme a Enrico Baj, Mimmo Paladino, Alik Cavaliere, Tullio Pericoli ed altri, Tadino riuscì ad aprirsi una via figurativa. Di ognuno di loro è esposta almeno un’opera; non mancano esponenti della pop art come il britannico Richard Hamilton e il concettuale Beuys; è presente anche Guttuso, ideologicamente progressista ma (o forse per questo) stilisticamente legato al “realismo socialista” di matrice sovietica (ma qui rappresentato anche da un bel nudo).

È nell’ampio spazio al piano di sopra che si ha la possibilità di ammirare una serie di grandi opere di Tadini, appartenenti ai cicli delle Città, delle Case, delle Favole; a volte in uno stile più rarefatto:

più spesso, grandi quadri e trittici che incantano per le cromie e i personaggi:

ma di cui Scalise ci rivela il simbolismo celato negli anagrammi e nelle numerologie presenti, nei riferimenti a Freud, Lacan e Deleuze.. ma davvero è bene lasciar parlare i quadri, e approfondire solo dopo i criptici riferimenti, come quelli alla Madonna del Parto di Piero della Francesca in questo trittico:

Lo Spazio espone anche oggetti diversi dai dipinti: come taccuini presi durante i viaggi, libri dedicati all’artista e anche suoi saggi e romanzi (iniziò effettivamente come scrittore), foto e appunti sulla sua amata bicicletta..

a proposito di bicicletta

Completa l’esposizione una scelta di foto del figlio Francesco: una serie di immagini scattate a Milano ma rielaborate artisticamente:

Le visite sono normalmente al sabato; su prenotazione anche la domenica; è bene tenere d’occhio il sito, perché possono venire organizzate altre mostre in contemporanea, oppure visite serali “a lume di candela”.

Per concludere, uno Spazio che andrebbe senz’altro valorizzato dal Comune di Milano, che già propone un circuito di “case d’arte”.

Per qualunque approfondimento, vi invito a visitare il ricco sito dello Spazio:

2021-09-25 il Parco di Porto di Mare e Santa Giulia

Oggi ci dirigiamo con le bici verso il Corvetto per proseguire verso Santa Giulia.

Il percorso ciclabile e pedonale che unisce piazza Medaglie d’Oro, piazzale Lodi, Piazzale Corvetto e piazza Gabrio Rosa è sempre interessante: i segnali avvisano che ci si sta dirigendo verso la Valle dei Monaci, periodicamente appaiono aiuole del Miglio delle farfalle.

Il Miglio delle farfalle: una delle varie iniziative (vedi anche al Parco Nord) messe in atto per tutelare la biodiversità, a rischio un po’ dappertutto, proprio nelle città, che tradizionalmente ne sono state povere

Soprattutto, interessante è il mutare della popolazione lungo il percorso: a mano a mano che ci avviciniamo al Corvetto aumenta la percentuale di immigrati, diventano più numerosi i negozi etnici; se in piazzale Corvetto, di fianco all’edicola multifunzione un chiosco offre birre di produzione locale e un complesso musicale sta allestendo un palco, l’ultimo tratto ci viene da chiamarlo ‘Little Karachi’ per l’abbondanza di cornershop di stile indiano, e piazza Rosa è affollatissima di giovani apparentemente arabi: mentre nell’antistante chiesa di San Michele e Santa Rita si svolge una cerimonia cattolica. Rifletto a quanti considererebbero questa piazza ‘mal frequentata’ se non ‘in mano alla delinquenza’: eppure il senso urbanistico di una piazza è proprio permettere alla popolazione di incontrarsi e condividere uno spazio e una parte del proprio tempo; e questa piazza ci riesce molto bene, dando un’idea di un angolo della Milano di domani.

Proseguiamo lungo la residenziale e tranquilla via Boncompagni fino alla stazione di Rogoredo; la attraversiamo usando i sottopassaggi e raggiungiamo Santa Giulia. Qui la situazione è opposta: dietro i palazzoni di Sky schiere di condominii per la piccola e media borghesia; un deserto, con poche auto e pochissimi pedoni circolanti. Sembra un vero quartiere dormitorio, che trova un po’ di animazione solo nella parte risalente agli anni ’60, dove esiste una parrocchia e all’incrocio tra le vie Freikoefel e Monte Cengio un bar trabocca di avventori.

Passando sotto un altro sottopassaggio, percorriamo via George Orwell (un altro grande trattato non troppo bene dalla toponomastica!), poi scendiamo a sud costeggiando la ferrovia. Scopriamo il Parco di Porto di Mare, una zona tra campagna, cave abbandonate e piccole industrie ancora in funzione; da qualche anno Italia Nostra se ne occupa, sistemando anche apiarii e una pista per mountain bike ( http://www.milanoportodimare.it/ ).

Il Parco offre bei paesaggi e colline, acquitrini e laghetti coperti di lenticchia d’acqua e popolati da folaghe oltre che dagli onnipresenti parrocchetti.

Uno dei numerosi laghetti, probabilmente una ex cava

Nonostante sia fine settembre, vediamo diversi esemplari di Vanessa atalanta, in effetti la farfalla più tardiva.

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un esemplare di Vanessa atalanta, da Wikipedia

Risalendo verso nord e verso il raccordo autostradale, il parco si anima: un bel Parco Avventura è affollato da bambini, un crocchio di madri rom li tiene d’occhio da vicino; intorno, tavolate di sudamericani con musica ad alto volume.

Un acquitrino

2021-08-28 Escursione al Gran Lago delle Cime Bianche

Finalmente ho l’occasione di visitare da vicino le Cime Bianche, il vallone ai confini con la Valtournenche e il suo Plateau Rosa!

L’escursione era molto ben organizzata: guida escursionistica Marzia Mosca, che rivediamo anni dopo altre gite; con lei un archeologo, che ci spiegherà i segreti della lavorazione della pietra ollare, e uno storico.

prima fase dell’escursione

La salita percorre il vallone delle Cime Bianche, detto anche di Cortot o di Tsère:

All’Alpe Garda esaminiamo l’edificio superstite: tra le torbiere, quattro stanze quadrate in successione e una di servizio a fianco fanno pensare a un magazzino commerciale, più che a un semplice alpeggio. Infatti siamo su un importante percorso che conduce al Vallese.

l’Alpe Garda con i resti dell’antico magazzino commerciale

La vista del lago, oltre il quale si aprono il Plateau Rosa e la Valtournenche, è grandiosa:

Tornando visitiamo anche uno scavo archeologico a Saint-Jacques, in località detta non a caso Fusines (sotto il Fior di Roccia): qui vediamo un laboratorio altomedievale dove veniva tornita la pietra ollare, sottostante a una fonderia della fine Trecento.

Lo scavo stratigrafico di Fusines

Fauna. Escursione molto ricca dal punto di vista ornitologico. Poco prima dell’alpe Garda vedo un giovane gipeto volteggiare: il riconoscimento non è certissimo, ma il colore rossiccio e la mancanza di macchie bianche subalari non mi fanno pensare a un aquilotto. E’ un’altra prova che il ripopolamento delle Alpi Occidentali sta avendo succeso.

A prtire da quel punto, per tutto il percorso saremo accompagnati da rondoni alpini (come aspetto sono simili a balestrucci) che volano basso.

Rondone alpino (da Vogelwarte.ch)

Al lago, un altro bell’avvistamento: un sordone, passeriforme che in questa stagione si trova solo a queste quote.

Un sordone (da Wild-Life.me)

Infine, tra i massi erratici intorno al lago, una scena inattesa: un rapace, apparentemente un gheppio, lotta a terra con una preda, che deve inseguire qua e là; purtroppo non riesco a vedere chiaramente, soprattutto quale fosse la preda.

2020-12-26 e 13: sulla Martesana

Santo Stefano di sole, dopo giorni di pioggia: è il momento per scoprire davvero il Naviglio della Martesana, di cui abbiamo avuto un assaggio due domeniche fa.

AVVICINAMENTO

Arriviamo da Milano Sud: questo ci dà l’occasione di passare prima per il ‘Tombon de San Marc’, fino al 1920 laghetto terminale delle acque della Martesana e del Seveso, dove veniva scaricata anche la carta per le rotative del Corriere [via Solferino è a un passo].

Da lì, seguendo un tratto di ciclabile, proseguiamo verso il Ponte delle Gabelle, altra importante struttura.

Con la Torre Diamante sullo sfondo, nuovo e antico si incrociano
La chiusa del Ponte delle Gabelle

Attraversato il ponte, un’occhiata alle Cucine Economiche, importante istituzione della Milano solidale dell’800, e risaliamo via Melchiorre Gioia, dove fino agli anni ’60 il Seveso scorreva a cielo aperto. Strada facendo meritano una sosta sul lato ovest Palazzo Lombardia, poi sul lato est prima un nuovo grattacielo a strapiombo, in seguito la chiesa e le scuole dei Salesiani.

PERCORSO

Si arriva così alla Cassina de’ Pomm. Era un ritrovo caratteristico della Milano da Bere, ma a quei tempi non avevo l’età. Oggigiorno questa bella cascina ristrutturata ospita una birreria, oggi purtroppo chiusa. Un bel ponte in ferro scavalca la parte terminale del Naviglio, che qui si getta sottoterra, per scorrere sotto via Melchiorre Gioia. Qui si trova l’ultima stazione BikeMi in questa direzione: quindi ritireremo le bici con il vincolo di essere di nuovo qui entro 2 ore, prima che scatti una penalità. Una delle prossime domeniche, quando sarà aperto un noleggio qui a Cassina de Pomm, le noleggeremo a giornata per raggiungere Cassano d’Adda.

La Cassina de’ Pomm era anticamente dotata di un parco, che a fine ‘800 fu detto il ‘Bois de Boulogne milanese’ anche perchè luogo deputato ai duelli, formalmente illegali.

Iniziamo il percorso. Dopo qualche centinaio di metri si passa sotto le massicce campate dei viadotti dei treni dalla Stazione Centrale. Il percorso pedonale e ciclabile è sulla sponda sud del Naviglio [corrispondente alla sinistra idrografica]; la sponda nord è una successione di semplici orti e giardini sull’acqua, che dànno ancora un’idea di quanto dovesse essere animata la vita rivierasca.

Il nespolo fiorisce in dicembre

Si raggiunge il parco Finzi, dove si trova un tempio sotterraneo, analogo al ’Tempio della Notte’ di Cernusco sul Naviglio, usato probabilmente a fine ‘700 per riti massonici [purtroppo raramente visitabile], e il ‘Canton frecc’, un angolo particolarmente verde e fresco. Raggiunto viale Monza si passa a fianco dello Zelig, il locale che a fine anni ’80 rilanciò il cabaret. Siamo all’altezza di Gorla e non si può non sostare a contemplare, sul lato nord, la piazza e il monumento dedicati ai Piccoli Martiri. Poco dopo la vista viene rallegrata dagli spazi verdi del Parco Martiri della Libertà Iracheni Vittime del Terrorismo [ci vorrebbe un nome più pratico..], con l’anfiteatro e un bel murale.

Il cartello racconta di quando Gorla era detta ‘piccola Parigi’, perchè oltre che da secoli luogo di villeggiatura per l’aristocrazia, a fine ‘800, con il milioramento delle comunicazioni, era già luogo di svago domenicale dei milanesi.

Da questo punto la sponda nord diventa un po’ più campagnola e alberata: ai germani si affiancano sempre più numerose le galline d’acqua immature e adulte, così come intere famiglie di nutrie. Un folto stormo di gabbiani si può trovare posato qui, su una fabbrica abbandonata, oppure all’incrocio tra Martesana e Lambro. Con un po’ di fortuna si può vedere un martin pescatore.

Segnalo, per chi volesse fermarsi a mangiare, che a poche centinaia di metri dal Parco, in via Padova, si trova L’angolo d’Abruzzo n.2. Oggi siamo in ‘zona rossa’, quindi ci accontenteremo di kebab e pizza da asporto a Punto Pizza in via Edolo.

Proseguiamo intanto e dopo la cappella della Madonna di Crescenzago si raggiunge l’incrocio con via Padova all’altezza di via Adriano, segnalato da una bella fontana anni Trenta, dalla Madonna della Resistenza e dall’Associazione Musicale Crescenzago. È anche il punto dove inizia la via privata Amalfi, con le sue belle ville rivierasche.

Arrivati vicino a Cascina Gobba, prima di raggiungerla il Naviglio svolta a nord dirigendosi verso Sesto San Giovanni. Ci troviamo ormai in aperta campagna [la zona di via Adriano è poco costruita, e lo era ancora meno fino a qualche anno fa].

Una delle cascine più o meno abbandonate lungo il Naviglio, caratterizzata da una bislacca esposizione di oggetti.

Dopo una decina di minuti in direzione della torre di comunicazioni che segnala la Tangenziale Est, raggiungiamo la nostra meta: l’incrocio tra Martesana e Lambro!

‘Incrocio’ è il termine più corretto: non c’è confluenza, le placide acque del Naviglio scavalcano quelle più impetuose del fiume grazie a un canale sopraelevato; come più a monte, verso Gorgonzola, avviene sopra il Molgora: ma qui con ben altre dimensioni.

È una delle opere idrauliche più imponenti di Milano.

Come si può vedere, le acque della Martesana in primo piano, che si muovono da destra a sinistra, scavalcano quelle del Lambro, che nella foto si muovono dall’alto in basso.
Il Lambro procede verso sud: Cascina Gobba è a qualche centinaio di metri

Per completare la ricognizione del Lambro, tornando compiamo una deviazione verso Cascina Gobba. La storica trattoria nell’omonima cascina è ormai chiusa da molti anni. Sul fianco della stazione verso Milano un ponticello pedonale scavalca il fiume verso via Rizzoli: non appare particolarmente utile visto che con un percorso di duecento metri il marciapiede vi arriverebbe comunque, ma chissà: forse quarant’anni fa, quando fu costruito, mancavano altri passaggi.

A questo punto torniamo indietro.

RIENTRO

Trovandoci in zona Melchiorre Gioia, cogliamo l’occasione per attraversare via Stefini e la sua ferrovia su un piano ribassato e visitare il Villaggio dei Giornalisti: uno dei tanti quartieri, nascosti qua e là per Milano, che sembrano villaggi autonomi. Spiccano diverse costruzioni originali: se le case-fungo dell’arch. Cavallè furono abbattute dal suo stesso nipote, restano le case-iglù.

Anche la ‘Palafitta’ dell’arch. Figini, dove vive ancora la famiglia, merita di essere vista; tutto il quartiere comunque fino a piazza dei Carbonari, inclusa la zona detta Maggiolina, è interessante.

È evidente perchè la villa di Figini abbia quel soprannome

A sud di piazza dei Carbonari una bella successione di parchi cittadini [Aldo Protti, Gregor Mendel] portano praticamente fino ai bei giardini dietro piazza Aulenti [speriamo che attecchiscano: qualcuno sembra stentato]. Proseguendo verso Porta Nuova, arriviamo alla Fondazione Feltrinelli e alla appena inaugurata Passeggiata Pasternak, già piena di ragazzi in skateboard e cani al guinzaglio [bello averla intitolata allo scrittore perseguitato che fu una delle più coraggiose pubblicazioni di Feltrinelli, comunista ribelle anche contro l’ortodossia comunista].

Il percorso totale è di 27 km.

2020-11-22 Pedalata al Parco della Vettabbia

In queste domeniche di lockdown, ingegnandosi un po’ si riesce a fare una scampagnata che permetta di fare il pieno di sole [necessario alla sintesi della vitamina D e ai ritmi circadiani, funzionalità messe a rischio dalla clausura].

Per semplificarci la vita non possediamo bici, ma anche un abbonamento a BikeMi può portare lontano, se si sfruttano le 2 ore consecutive di utilizzo prima che intervenga la penalità, si paga solo un supplemento di ,5€ per ogni mezz’ora successiva alla prima.

Una buona possibilità è quella di visitare il Parco della Vettabbia, parte del complesso detto ‘Valle dei Monaci’, su cui potete trovare più informazioni nei tabelloni riportati in basso.

Il nome deriva dalla roggia Vettabbia, uno dei primi canali di Milano, scavato in epoca romana come ‘Vectabilis’ [ovvero utile ai trasporti]: questa nasce in piazza XXIV Maggio [il suo inizio è stato reso visibile dal nuovo allestimenti della piazza], segue un percorso verso sudest, creando angoli particolarmente belli lungo la via dei Fontanili nel Morivione e poi in via Quaranta, per sfociare infine nel depuratore di Nosedo.

Dividiamo il percorso in tre tappe.

Corso Lodi.

Da piazza Medaglie d’Oro a piazzale Corvetto, dove finisce, il lungo corso è quasi completamente pista ciclabile, che continua fino a piazza Gabrio Rosa, ultima stazione del BikeMi, dove lasciamo le bici. Prima di piazzale Lodi c’è qualche brusca interruzione, dopo diventa una lunga passeggiata cittadina, ben dotata di panchine, molto vissuta dalla popolazione che crea animazione, seduti o a passeggio. Lungo il percorso si nota l’aumento della popolazione immigrata: è uno spaccato sociale dell’evoluzione di Milano.

Piazzale Rosa.

Lasciate qui le bici, sfruttiamo i cinque minuti di attesa prima di poterle riprendere guardandoci attorno. La zona è stata costruita nel dopoguerra, tuttavia offre qualche spunto di interesse.

La grande e bella chiesa di santa Rita e dell’arcangelo Michele è un esempio di costruzione che si rifà al Rinascimento con sensibilità moderna, un po’ nello stile di Portaluppi; così come l’edificio annesso, che ospita l’Istituto Galdus.

Sul lato est del viale, un condominio di edilizia intensiva che però, a differenza di tante conigliere viste a Milano Sud [Barona, via Chiesa Rossa..] conserva qualcosa della lezione di Le Corbusier nell’articolazione dei volumi e nell’uso di ‘pilotis’, ovvero pali di fondazione che permettono di avere uno spazio comune al piano terra.

Altro elemento interessante è questo esempio di ‘stecca’, caratteristico degli anni ‘50: tentativo di creare unità abitative integrate con spazi di lavoro e commerciali, evitando agli abitanti delle suddette conigliere la necessità di creare al sabato fiumi di auto dirette ai supermercati.

Il Parco della Vettabbia.

Percorrendo fino in fondo la ciclabile che passa per piazzale Rosa, si arriva a via San Dionigi. Sulla sinistra si trova immediatamente la chiesetta di Nosedo [dal latino Nocetum, bosco di noci, che dà il nome alla zona].

Sulla destra cinquanta metri dopo si può prendere una svolta per arrivare all’ingresso dell’una volta famigerato depuratore di Nosedo.

Anche se somiglia tuttora ai Barrens di ‘It’, questo terreno è stato completamente ripensato rispetto a quello che era trent’anni fa.

Il Parco consiste principalmente in un lungo cannocchiale di pioppi cipressini, alternati a carpini, che arriva all’abbazia di Chiaravalle; esistono però anche sentieri secondari percorribili in bicicletta, e un sentiero pedonale in un boschetto fitto.

Il bosco umido intorno alle vasche si sta invece ancora formando.

Da un punto di vista naturalistico, nelle vicinanze del laghetto tondo con un po’ di fortuna è possibile vedere un martin pescatore; nel grande campo che costeggia il cannocchiale, prima della marcita, c’è una dozzina di aironi cinerini; in cielo non è raro vedere un gheppio.

L’abbazia chiude alle dodici; la bottega dei frati e il ristoro rimangono aperti e ci si può procurare uno spuntino e un’ottima birra belga in bottiglia [che però dovrete aprirvi da soli, a causa della normativa anti-Covid].

2020-11-21 Parco Agricolo Sud Milano

Percorso nel Parco Agricolo Sud Milano. L’ultima stazione BikeMi arrivando dal Ticinese è quella a Romolo. Nelle due ore di autonomia che ATM ci lascia, attraverseremo la Barona e le risaie per riemergere in città in via Giambellino, precisamente all’incrocio con la via dedicata al fratello, Gentile Bellini: è la prima stazione in quella direzione, tenendo conto dei ponti sul Naviglio Grande che dovremo attraversare.

Superiamo quindi lo IULM costeggiando il canale scolmatore fino a via Famagosta: i canali milanesi moderni saranno uno dei temi di oggi. Raggiunto infatti il Quartiere Sant’Ambrogio, dall’urbanistica razionale e pregevole architettura [si veda la bella chiesa di san Giovanni Bono, e la fontana in piazza Paci con stata equestre di Igor Mitoraj], incrociamo il Lambro Meridionale [nulla a che vedere con il fiume Lambro che scende dalla Valassina attraverso Monza, Milano Est, Monluè e Linate]. Lo incroceremo ancora.

Lasciamo la Barona dopo aver superato il centro culturale Barrio’s, teatro di tanti saggi musicali organizzati dalla scuola Yamaha: seguiamo via Barona attraversando via don Mazzolari verso ovest, attraversando di nuovo il Lambro Meridionale, dove la via diventa via Bardolino, poi raggiungendo le cascine Colomberotto e Battivacco [tipica meta di gite scolastiche delle elementari], infine il ristorante Corte delle Risaie, di tipica cucina milanese. Proseguiamo lungo via Bardolino nella stessa direzione ed entriamo così nel territorio delle risaie: l’orizzonte si apre per chilometri, la strada compie un arco verso sud e porta all’interessate complesso delle cascine di San Marco, San Marchino e San Marchetto, divise da un bivio.

A destra della deviazione, la prima di queste: una cascina moderna, con ampia corte dotata di attrezzature per il gioco dei bambini.. si può solo immaginare quanto si siano divertiti a crescere in questo ambiente, godendo contemporaneamente dei vantaggi della città e della campagna|

A sinistra, la cascina San Marchino, di cui si possono visitare le stalle [osservare anche i tabelloni didattici all’esterno]; poi la chiesetta di San Marco al Bosco, aperta la prima domenica del mese, rimasta in una sopraelevazione a mano a mano che il terreno argilloso intorno veniva asportato per alimentare le fornaci di mattoni, ancora visibili lungo il Naviglio Grande [es. Borgo Ferrera]. Nei campi, oltre a stormi di centinaia di colombi, abbiamo potuto osservare un gruppo di giovani aironi bianchi maggiori, dalle forme ancor tozze e il comportamento gregario: più avanti vedremo un adulto, tipicamente imponente e solitario, anche se vicino a tre cenerini.

Tornati alla Corte delle Risaie, prendiamo via Valpolicella, a destra della precedente. Inizia una lunga tratta tra boscaglie, terreni incolti e i tipi sfasciacarrozze dell’estrema periferia. Infine via Merula, che però troviamo bloccata da un cantiere: torniamo al bivio immediatamente precedente, e anziché a sinistra giriamo a destra in via Tre Castelli: da qui è facile seguire via della Ferrera [notare la fornace ristrutturata in ristorante] e raggiungere il Naviglio arrivando poco prima del Cà Bianca, infine raggiungere il cavalcavia don Milani [parallelo a viale Richard e subito prima dello storico ponte in ferro della Richard – Ginori] e arrivare alla stazione di destinazione.

In Brera.. i canali di Marte

Il palazzo di Brera, noto soprattutto per l’Accademia e per la Pinacoteca (che in origine doveva servire all’Accademia), fu in realtà una cittadella della scienza, per merito prima dei Gesuiti, poi del governo austriaco, infine dell’Italia unitaria.

Il suo complesso comprede infatti l’Orto Botanico, che solo trent’anni fa era una distesa brulla e ora è di nuovo un piccolo paradiso terrestre, e l’Osservatorio.

Sembrerà strano un Osservatorio nel centro città, ma evidentemente cent’anni fa l’aria era ancora sufficientemente pulita! Nel frattempo, l’operatività è stata trasferita su una collina in Brianza (a Merate), e qui è rimasto il museo storico.

Tutti i dettagli qui:  http://museoastronomico.brera.inaf.it/

Purtroppo il museo è normalmente aperto solo in orari per casalinghe e pensionati:

ma grazie all’impegno dei volontari del Touring Club è aperto anche ogni seconda domenica del mese.

Una delle parti più interessanti, la Cupola Schiaparelli, resta purtroppo visitabile solo in settimana. E’ un peccato, e mi chiedo se i volontari del Touring non potrebbero essere impiegati meglio, dal momento che ne troviamo due piantonati a indicare il percorso, prima nel Cortile d’Onore e poi in un corridoio: non basterebbe mettere un cartello chiaro, e lasciare che i visitatori se la sbrighino?

La Galleria degli Strumenti Antichi merita comunque la visita.

La prima delle grandi personalità dell’Osservatorio è il padre gesuita Ruggero Boscovich, di Ragusa in Dalmazia; una delle grandi menti scientifiche italiane del ‘700. Si veda: http://museoastronomico.brera.inaf.it/ruggiero-boscovich/

L’altra grande personalità è senz’altro Giovanni Schiaparelli. Una volta di più spicca la difficoltà a valorizzare il nostro ruolo nella storia della scienza: come celebrerebbero gli americani lo “scopritore” dei canali di Marte, se fosse uno di loro?

Eppure non è esposta nemmeno una riproduzione di una delle sue celebri mappe!

Tralasciamo il fatto che i canali, di fatto, non esistessero: è in fondo un dettaglio, nella mèsse di osservazioni raccolte dallo Schiaparelli. Ho la fortuna di intrattenermi a lungo con un esponente del Museo, il dott. Mario Carpino, e di approfittare della sua competenza nonchè delle immagini sul suo laptop: finalmente le mappe! (nell’allestimento che verrà inaugurato dopo l’estate saranno presenti, mi assicura). Le esaminiamo in dettaglio e constatiamo che sono sostanzialmente già quelle che ancor oggi trovo in “Red Mars” di Kim Stanley Robinson. Eccone comunque qualche esempio:

Risultato immagini per schiaparelli mappe marte

Risultato immagini per schiaparelli mappe marte

Ci sono diverse ipotesi per spiegare l’abbaglio dei canali: sostanzialmente bisogna considerare che anche quello che allora era un telescopio potente mostrava un’immagine di Marte i cui dettagli erano a malapena percepibili da un occhio umano; l’occhio tendeva quindi a “completare” quegli scarni dettagli secondo forme geometriche. Addirittura potrebbe essere il sottilissimo retino in tela di ragno o filamenti di tungsteno, utilizzato per misurare distanze sull’immagine di Marte, a riflettersi sulla retina stessa!

Più strano l’aver creduto alla presenza di veri mari. Questo sembra dovuto a un errore di chi esaminava per conto di Schiaparelli lo spettro della luce proveniente da Marte, per individuarne i componenti. Come in tutte le analisi di questo tipo finchè venivano fatte da terra, era necessario sottrarre il contributo della nostra atmosfera, ricca tra l’altro di vapore acqueo: ma in questo caso la “ripulitura” dei dati fu fatta male.

In ogni caso, non durò più di una ventina d’anni la credenza nei canali: ma bastarono a ispirare H.G. Wells, che all’inizio della “Guerra dei mondi” ringrazia l’astronomo italiano per le scoperte. La possibilità di un’atmosfera respirabile su Marte fu mantenuta invece per diversi decenni.

Le audioguide spiegano molto bene la storia dell’Osservatorio e come nei secoli gli astronomi siano stati spesso dedicati a compiti molto più terreni, come realizzare carte e mappe di grande precisione per l’esercito, determinare la longitudine di una nave in mare aperto (una delle grandi sfide scientifiche del ‘600-‘700), ecc.

Gabinetti astronomici portatili, per il viaggio:

Un’affascinante mappa di Parigi nel ‘700 (il Nord è verso il basso):

Strumenti didattici:

Nel cortile del Palazzo, un altro ricordo di Schiaparelli:

E un ricordo all’insigne matematica Gaetana Agnesi (qui parecchio idealizzata nell’aspetto) non guasta mai:

Visita del 9/02/20

San Valentino al Cimitero Monumentale

Il Cimitero Monumentale è noto per essere, oltre che l’ultima dimora di molti milanesi illustri, ricordati da vere tombe oppure da una menzione nel vasto Famedio, una vera e propria galleria d’arte a cielo aperto, che ci permette di apprezzare la scultura dal Romanticismo e dalla Scapigliatura della seconda metà dell’800 (il Cimitero, progettato da Carlo Maciachini e comprendente il primo Tempio Crematorio d’Italia, fu inaugurato nel 1866) fino allo stile floreale del primo ‘900 e il successivo Razionalismo, con puntate nel contemporaneo.

Sono possibili diversi itinerari, ed ecco infatti i consigli del Comune:

Gli itinerarii suggeriti dal Comune

L’altroieri era San Valentino: abbiamo deciso di seguire il percorso degli Amori Eterni.

Il Famedio

Il Famedio, con il suo più illustre ospite:

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Il percorso romantico

Si inizia con i fratelli Boito, protagonisti della cultura milanese del secondo ‘800 (uno di loro fu librettista per Verdi e autore del racconto da cui Visconti trasse “Senso”; l’altro fondò l’insegnamento del disegno architettonico al Politecnico):

 

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Belli nella loro essenzialità questi nudi:

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Trovo suggestive le tombe a parete che creaono un’illusione di profondità:

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A volte l’Angelo della Morte accoglie di persona il morente, o lo avvisa.. toccante la terza scultura, dove una ragazza viene trascinata via dalla Morte mentre cerca di prendere con sè qualcosa:

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E infine, un’insolita tomba per una coppia importante:

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Il cimitero ebraico

Un capitolo a parte merita una delle “sezioni distaccate” del Cimitero: ai lati dell’ingresso principale furono previste una sezione per gli Acattolici (soprattutto protestanti) e una per gli Israeliti.

Non c’è bisogno di andare a Praga o a Ferrara per visitare un suggestivo cimitero ebraico!

In realtà, già nello spiazzo interno principale del cimitero, dove è posto il memoriale dello Studio BBPR alle vittime del nazismo con una serie di lapidi che riportano i nomi dei deportati, un occhio attento ha potuto notare che su quelle riferite alle vittime ebraiche (alle lettere Coen, Esquenazi, Levi) altri visitatori hanno appoggiate pietre, secondo l’antica tradizione:

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L’area israelitica vera e propria ha però il fascino di un mondo a parte: scendendo in essa, si è accolti da una statua di Mosè, forse l’unica, a dimostrazione della poca importanza che questa cultura dà alle immagini. Abbondano quelle simboliche, naturalmente, come le menorah e le stelle di David; qualche volta una corona; Google Translator si dimostra eccezionalmente flessibile permettendoci di tradurre anche alcune scritte in ebraico.

Romantica questa tomba degli anni ’40, che ricorda i Finzi-Contini (e a quanto pare il serpente è simbolo di immortalità, come nella cultura classica?):

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Quest’altra, quanto meno per omonimia, mi fa pensare al contributo ebraico alla nostr critica letteraria: cosa sarebbe senza poeti e critici come Vittorio Sereni, Cesare Segre, Cesare Cases (a parte naturalmente autori come Moravia, Bassani, Levi?):
(la scritta ebraica in basso sta per “ella risorge”, immagino l’anima; Google docet)

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Infine la tomba forse più sconvolgente di tutta la giornata, dedicata a una serie di vittime dell’Olocausto di cui vengono efficacemente sintetizzate le traversie:

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Per completare il colpo d’occhio sulle culture che hanno formato la storia della nostra città, ecco la tomba di un armeno, cristiano:

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Conclusione

E’ una visita che mostra quanto fosse pienamente fondata l’idea di religione civile propugnata dal Foscolo, che può tranquillamente accompagnarsi oppure no alla religione propriamente detta: fa girare la testa rendersi conto di quante persone illustri, dal passato remoto a quello più prossimo, la nostra città abbia ospitato; riceviamo una visione complessiva che difficilmente potremmo avere altrimenti.

Escursione alla Tchavana

Presa la navetta fino a Magnéaz, siamo saliti a Mandriou. La chiesetta dedicata a Maria, ma con affreschi che ricordano anche l’immancabile san Grato, è stata di recente riaperta e ora espone un bel presepe, che come sfondo esibisce una gigantografia della conca di Ayas negli anni ’50..

La Tchavana è una tipica meta estiva: d’inverno purtroppo non si può godere dell’ospitalità della famiglia Bagnod (tanto il ristorante quanto il negozio sono chiusi), ma gli ampi spazi dell’alpe ristoreranno lo sguardo che potrà percorrere l’intera chiostra dei monti (qui si sente che sto ascoltando mia figlia ripetere Epica, vero?).

Percorrere il Ru Courtod, in parte attraversato da un rivolo d’acqua anche in inverno, dà l’impressione di muoversi lungo una galleria incantata.