L’Argentina in un romanzo, ma senza tango

Titolo: Sopra eroi e tombe | Autore: Ernesto Sábato | Anno di pubblicazione: 1961 | Titolo originale: Sobre héroes y tumbas

Avete presente quelle opere di arte moderna, che più che sculture tradizionali sono installazioni, più che dipinti assemblaggi di materiali diversi, formate da componenti decisamente eterogenei, che però nel loro contrasto emanano un’aura tutta particolare?

Così è questo romanzo di Sábato: sua principale e peraltro quasi unica opera letteraria, dato che gli altri due suoi romanzi, “Il tunnel” e “Abaddon lo sterminatore”, riprendono molti dei temi qui riuniti.

Il modo in cui la letteratura latinoamericana raggiunge il nostro paese è decisamente erratico, se il successo travolgente di García Márquez e Isabel Allende non ha mai portato a conoscere un romanzo come questo, che precorre di decenni alcuni dei temi e delle tecniche con cui lo scrittore colombiano meritò il Nobel; anzi, solo nel 2010 ne è stata pubblicata una traduzione integrale!

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Certo, qui siamo in Argentina: terra di rovelli esistenziali e infinita nostalgia dell’Europa, che non si puó annegare nelle spezie caraibiche, e dove manca anche lo sguardo sereno e aristocratico di una Allende, che possa trascendere la realtà quotidiana. Ma un romanzo latinoamericano che riesce ad affascinare senza passioni sensuali meriterebbe ammirazione solo per questo; piacerà a chi di García Márquez ha apprezzato anche l’amaro “Generale nel suo labirinto”.

Il romanzo si apre con lo stralcio di un articolo di cronaca nera, che descrive l’atroce morte di una giovane e di un certo Fernando. La giovane è la stessa Alejandra di cui, nelle pagine successive, ci viene raccontato l’incontro con Martín nel parco Lezama, avvenuto due anni prima.

Questa morte incombente ricorre come un tema musicale e crea un senso di circolarità temporale, come sarà per la fucilazione di Aureliano Buendía in “Cent’anni di solitudine”; la similitudine musicale viene evocata anche dallo stile di Sábato: opposto alla sinteticità oracolare di Borges, si esprime con lunghe ondate di pensieri, con un armonioso flusso di coscienza che continuamente parte dall’uno o dall’altro dei personaggi, per arriva a descrivere gli altri protagonisti, mai visti “oggettivamente”, ma sempre attraverso la descrizione o il ricordo o il sentito dire di qualcun altro.

Inoltre la narrazione, lungi dall’essere lineare, procede per flash-back progressivi, che ricostruiscono la vita della misteriosa Alejandra e, in minor misura, dell’ “umiliato e offeso” Martín, rifiutato fin dall’infanzia da una “madrefogna” che avrebbe voluto abortirlo, e non difeso dal debole padre; e al tempo stesso descrive l’approfondirsi della loro tormentata relazione.

Una difficile relazione amorosa, un “desencuentro”, che a Martín, più che amore e comprensione, porterà la conoscenza di ogni angolo della società “porteña”.

Centro di tutto è la palazzina degli Olmos Acevedo, la famiglia di Alejandra, dove Martín riuscirà a essere ammesso solo dopo mesi di faticosi appuntamenti. Un tempo villa padronale nella pampa, ormai fagocitata dall’espansione industriale del quartiere di Barracas, ridotta a una parte della pianta iniziale perché il resto è stato via via venduto e trasformato in case popolari e capannoni industriali; nelle stanze superstiti, ingombre di vecchi mobili e relitti di altri tempi, sopravvivono i membri di questa antica famiglia: un bisnonno perso nei ricordi delle guerre civili (uno dei suoi ricordi, l’antenato Celedonio Olmos che partecipa con padre e fratello alla Legione della libertà, diventerà un’altra delle immagini ricorrenti del romanzo), uno zio demente che non parla ma suona il clarinetto, una prozia folle che vive reclusa da novant’anni conservando la testa del padre.. Martín si muove a tentoni in questo mondo di ricordi, cercando goffamente di ricavarne un senso, e soprattutto di capire Alejandra.

Alejandra si staglia su tutti: giovane ribelle, piena di oscuri segreti (il più atroce la porterà alla orribile morte annunciata fin dall’inizio, ma non verrà mai esplicitato, anche se intuibile: uno dei tanti motivi di fascino del romanzo è l’intensità del non detto, di quanto va letto tra le righe). È facile definirla epilettica, bipolare, e magari alcolizzata e drogata (si veda su Goodreads la bella recensione di Steven Godin): in realtà è tutto questo, ma è anche un personaggio che riassume grandi contraddizioni umane e storiche; un personaggio così vivo da aver ispirato al grande compositore Aníbal Troilo un tango a suo nome (con testo dello stesso Sábato), e al contempo essere forse metafora dell’Argentina stessa.

Alejandra che cerca la santità e la perdizione; che da ragazzina seduce per sfida il suo compagno di giochi, tranquillo cattolico benpensante, poi lo porta in alto mare per morire insieme; che esprime secoli di amarezza accumulata (“tuo trisnonno il generale Acevedo? Quello di viale Acevedo?” “solo nomi di strade ci rimangono”), che dà appuntamenti nei tempi e momenti più imprevisti, compare con le compagnie più strane, ma lo avverte “io sono una schifezza” (“yo soy basura”) ed è sempre disponibile a una spiegazione e a una riconciliazione, in un disperato tentativo di redenzione con l’ingenuo Martín.

Ogni capitolo si svolge in un ambiente sociale diverso, che Sábato ricostruisce magistralmente adottandone ogni volta il registro linguistico: dal “bar sport” di Chichín dove Martín va a consolarsi con gli amici parlando dell’amato River Plate, in una conversazione che mescola italiano, spagnolo, “cocoliche”; alla grande impresa dove cerca lavoro tramite una raccomandazione di lei, per ottenere solo un’interminabile predica gonfia di retorica aziendalista; al condominio popolare dove un umile conduttore di carrozze gli offre un letto, gli spiega che non si sente di abbandonare la vecchia carrozza a cavalli per i nuovi taxi, e gli fa conoscere il padre, che ancora parla solo calabrese e ricorda la festa di San Giuseppe; ai locali notturni dove incontrano l’ambiguo faccendiere italiano Bordenave, ed emigrati russi, già violinisti al Teatro Colón, sono ridotti a lavare bicchieri; o il frivolo ambiente della sartoria dove Alejandra lavora, tra colleghe pettegole e omosessuali agenti di teatro.. un turbine di ambienti, di illusioni e nostalgie, dove l’unico punto d’appoggio è Bruno, intellettuale saggio e disincantato, già innamorato di Georgina, la madre di Alejandra.

Ogni ambiente offre il pretesto per riflessioni storiche e umane, troppe per riportarle qui; e non manca la pagina di storia vissuta senza capirla dall’uomo comune: come Fabrizio Del Dongo passava una giornata su un campo di battaglia, ma solo tempo dopo gli spiegavano che era stata Waterloo, cosí Martín è in plaza de Mayo quando la Marina bombarda la Casa Rosada sperando di eliminare Perón, ma uccidendo centinaia di persone, e la risposta è la “quema de las iglesias”, saccheggio e distruzione delle chiese del paese da parte dei peronisti. Martín e un suo amico “cabecita negra” (cosí erano chiamati con disprezzo gli operai appena arrivati nella periferia di Buenos Aires dalle campagne) prima partecipano a un rogo di arredi sacri, poi aiutano un’anziana signora a salvare un crocefisso: nell’elegante casa di lei verranno premiati, ma incomprensione e incomunicabilità continueranno a regnare.

Non manca un incontro con Borges, maestro ammirato ma non amato, di cui si ricorda un lungo dissidio con l’autore per evidenti ragioni ideologiche e umane, ma anche una storica “riconciliazione”.

Un turbine di esperienze in cui Martín è trascinato dalla gelosia all’inseguimento della sfuggente Alejandra, fino a intravedere in un bar un uomo che gli sembra dominarla..

..e quell’uomo è Fernando, il padre di lei: come lei stessa, esasperata dalle domande di Martín, gli rivela. E qui inizia una parte totalmente diversa del romanzo: il “Rapporto sui ciechi”, cosí famoso da essere pubblicato anche da solo, ed essere diventato un fumetto disegnato da Alberto Breccia. È un altro pezzo di bravura di Sábato: centocinquanta pagine narrate in prima persona, il lucidissimo delirio di Fernando appunto, uomo dai mille volti (anarchico, falsario, esperto d’arte, criminale generico..), dominato dall’ossessione di una congiura dei ciechi per dominare il mondo. È questa parte centrale del romanzo a potersi definire decisamente “weird”.

Innanzitutto la trama stessa: l’ossessione di Fernando è cosí coerente, logica, capillare da convincere il lettore, fino a fargli temere la stessa mostruosa cospirazione. Ogni aspetto della realtà è piegato ad essa; e Fernando riesce ad accumulare casi di cronaca nera che dimostrano l’onnipotenza della temuta setta; episodi anche nerissimi e morbosi, come quello dei due camerieri “puniti per un tradimento” con l’essere “accidentalmente” rinchiusi nell’ascensore dei padroni appena partiti per le vacanze estive. Con lucida razionalità Fernando analizza le fasi della loro agonia, la disperazione, il cannibalismo che si sarà alla fine scatenato tra loro (è arrivato a studiare i ritrovamenti polizieschi..). Rifugiato a Parigi, scopre che presso un amico pittore lavora una modella cieca: poterla vedere non visto scatenerà le sue ossessioni, e pur di “studiarla meglio”, avrebbe atrocemente punito il marito..

“Weird” e “fantasy” sono i lunghi deliri che Fernando narra, nel corso delle sue notti insonni: un gigante monocolo che lo spinge attraverso paludi brulicanti di vermi verso un orizzonte sconosciuto, mentre pterodattili e giganteschi pipistrelli lo perseguitano e gli strappano gli occhi (come lui faceva da bambino agli uccelli catturati, traumatizzando il mite Bruno); l’arrivo a una città sconosciuta, dove torri altissime custodiscono un idolo misterioso..

Ulteriormente “weird” è l’esplorazione della “casa dei ciechi”. Se il “Rapporto sui ciechi” è un romanzo nel romanzo, al punto che in Argentina è stato anche pubblicato a parte (come si pubblica a parte “Un amore di Swann” per attrarre il lettore che esiterebbe ad affrontare direttamente “Dalla parte di Swann”), nel “Rapporto” il racconto dell’esplorazione notturna del sotterraneo dei ciechi è un racconto nel romanzo nel romanzo: e meriterebbe di entrare nel canone della “fantascienza sotterranea”1. Sábato è bravissimo a narrarla in modo che le allucinate illazioni di Fernando siano altrettanto verosimili delle spiegazioni più razionali che il lettore, sopraffatto, cerca di darsi per non soccombere alla follia! Un interminabile sprofondare nell’abisso della coscienza: e non a caso il finale di questa parte è l’immediato preludio del misfatto accennato all’inizio.

L’ultima parte riguarda le conseguenze di quel fatto di sangue. Martín cerca per quanto può di capire la morte di Alejandra, e trovare un senso in una vita assurda. Pian piano, l’andamento della narrazione si trasforma in un pezzo di bravura finale, con due piani storici sempre più freneticamente alternati fino a fondersi (come farà King in It, se mi permettete il paragone): il vagabondaggio per Buenos Aires di Martín, impazzito dal dolore, fino a che non prenderà la decisione di fuggire verso la Patagonia dove lavorare come camionista; e la ritirata dei resti della Legione della Libertà, ultimo pezzo dell’esercito che si opponeva al dittatore Rosas. Solo un uomo dell’apertura mentale di Sábato2 poteva mettere in parallelo due episodi così diversi. Il secondo, in particolare, assume grande respiro: un’epica ritirata verso le province andine di Jujuy e Salta dove resistere, così si illude il generale Lavalle: e i suoi uomini per lealtà non vogliono disilluderlo, nemmeno dopo che i reggimenti provenienti dalle altre province argentine li hanno lasciati per tornare a difendere le loro case; quando il generale, appena arrivato a Jujuy, viene ucciso in un’imboscata, i centocinquanta uomini rimasti decidono di impedire a tutti i costi al generale nemico Oribe di mantenere la sua promessa, “rientrare a Buenos Aires con la testa di Lavalle su una lancia”. Comincia cosí un’ulteriore allucinante fuga verso la Bolivia trascinandosi dietro il cadavere del generale, protetti da una retroguardia che viene via via sterminata, mentre il cadavere va putrefacendosi e a un certo punto il suo compagno d’armi più fedele deve scarnificarlo, per continuare a portar via solo la testa, il cuore e le ossa..

Per finire in un senso della vita esistenziale ed etico, dove solo la solidarietà umana salva l’uomo, come nei contemporanei Camus o in Terra degli uomini di Saint-Exupéry o La condizione umana di Malraux: “non importa che la guerra sia assurda: il tuo plotone è un valore assoluto”.

1 sotto-sottogenere fantascientifico che amo molto, il cui corpus era una volta pressochè interamente incluso nel volume “Scendendo”, ma a cui oggi possiamo riportare molti capitoli di “It”, nonché racconti come “The way it works out and all” di Peter Beagle e “The catastrophe of cities” di Lisa Goldstein.

Il principio sottinteso è: La verità, anziché dentro di noi, potrebbe essere al di sotto, e perché no nelle fogne?

2 Sàbato fu dirigente della Gioventù Comunista Argentina negli anni ’30, seguendo anche corsi della scuola del partito a Mosca, negli anni di Stalin; ma in seguito si distaccó dal comunismo per approdare a una filosofia esistenzialista.

Negli anni ’80 fu molto apprezzato come presidente della Conadep, la Commissione nazionale per i Diritti Umani che al ritorno della democrazia cercó di fare il bilancio dei crimini della dittatura militare.

The Dark Half, by Stephen King



My rating: 4 of 5 stars


Brillante rivisitazione della simbolica storia del “Dottor Jekyll e Mr Hyde” (“Hyde”, come dice il nome, è la parte “nascosta” di noi..). Thaddeus Beaumont, scrittore “letterario” di discreto ma non eclatante successo, sfonda presso il grande pubblico con una serie di romanzi gialli dai protagonisti spietati e sadici, scritti sotto lo pseudonimo di George Stark. Il successo è tale che lui stesso si preoccupa di questa “metà oscura” che sembra emergere in lui quando scrive e possederlo; la moglie, altrettanto preoccupata, lo convince a celebrare uno scherzoso funerale dello scrittore trasgressivo, celebrato da un servizio fotografico su “People”, per poi tornare alla sua più mite e consueta produzione. Peccato che ben presto le impronte di un energumeno sembrino essere uscite dalla finta tomba, e che una serie di atroci delitti colpiscano le persone coinvolte nel servizio: il fotografo, l’intervistatrice.. e per fortuna Thad ha ottimi alibi, perché le impronte digitali sul luogo del delitto sono proprio le sue! A questo punto ricorda che a 11 anni, quando scriveva i suoi primi racconti, era stato operato per un tumore al cervello che si era riveato in realtà una cisti, un gemello mai nato..
Il tema del personaggio che “non può morire” verrà ripreso in “Misery non deve morire”, ma qui ha il fascino dell’interdipendenza delle due personalità. George Stark, il doppio negativo, che si atteggia a “gentiluomo del Sud” mentre il fratello è un complessato scrittore del Nord-Est (il Maine di King), arriva anche ad avere un’aura di fascino malvagio, come quell’altro indimenticabile personaggio di Stevenson: Long John Silver. C’è una credibile ambiguità nell’interdipendenza tra la parte “buona” e quella indiscutibilmente cattiva dello scrittore..
E quanto all’aspetto puramente horror: se pensavate che King avesse dato il meglio di sé trasformando un cane (Cujo) in emissario del Male, qui vedrete come sa dare un nuovo punto di vista.. sui passeri! Indimenticabili anche le visioni di Endsville, la Città dove Tutto Finisce, e i suoi passeri psicopompi.
Nel romanzo compaiono anche buoni personaggi secondari, come la combattiva moglie del protagonista; qualcuno verrà sviluppato in storie successive, come il duro ma umano sceriffo Alan Pangborn.




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Oryx and Crake, la miglior distopia del XXI sec

Oryx and Crake

Questo romanzo della Atwood del 2003 è un vero capolavoro, sebbene da noi abbia avuto molta meno eco del “Racconto dell’ancella”: forse perché il tema non è così scottantemente politico. È anche mancata la spinta di una serie televisiva di successo, tuttavia nei paesi anglosassoni questo romanzo ha avuto molto successo; e non è detto che una serie lo aumenterebbe. Perché?
Perché “non” è un romanzo “che sembra un film”, per fortuna. Siamo in pieno genere catastrofico: seguiamo le pigre giornate dell’ “Ultimo degli uomini” (così il titolo italiano), che vive su una spiaggia californiana. Non ha grossi problemi di sopravvivenza: non aspettatevi un romanzo stile “The road” di McCarthy. Purchè si ricordi di mettere la crema solare (gli ultravioletti picchiano duro, ora che l’atmosfera è stata alterata; e lui è detto “l’Uomo delle Nevi”, anche per la pelle chiara), supermercati da saccheggiare non mancano. Basta ricordare di non fidarsi dei “wolvogs” (wolf+dog), incroci che astutamente fanno moine come cuccioli di cani per poi scatenare la ferocia del lupo sull’ingenuo passante. Sì, perché sono questi due i temi portanti del romanzo: uno è l’ingegneria genetica degenere, l’altro un uso creativo, divertito, ironico del linguaggio.
Abilissima la struttura del romanzo: tre narrazioni su due piani temporali, il presente dell’Uomo delle Nevi sopravvissuto alla catastrofe e il passato dei suoi ricordi (è un narratore tutt’altro che affidabile, come vedremo), dove rivive la sua amicizia adolescenziale con l’amico Crake, a sua volta intrecciata con la relazione tra il giovane Jimmy (non ancora Uomo delle Nevi) e Oryx.
Ma il passato non è, come di solito accade con questa struttura narrativa, un presente simile al nostro che poco per volta spiega come si è arrivati al disastro del presente narrativo. No: il passato del racconto è già un futuro distopico; serve attenzione per capire come si è arrivati alla vera e propria catastrofe. Questo “futuro anteriore” ci viene svelato un po’ alla volta: una società dominata da multinazionali farmaceutiche e di industria genetica, il cui personale, per lo più ricercatori e dirigenti, vive in Compounds, cittadelle murate protette dall’onnipresente CorpSeCorps (“Corporate Security Corps”), una milizia privata globale, e collegate tra loro da treni-proiettile. Chi è un po’ meno benestante può cavarsela nei Modules. La gente comune vive nelle “pleeblands” (terre plebee?), quartieri popolari flagellati da delinquenza e malattie.
L’Uomo delle Nevi era allora Jimmy, un ragazzino figlio di un genetista e di una madre apparentemente anaffettiva, che in realtà medita di darsi alla latitanza per combattere questo sistema: esistono organizzazioni di protesta, come i Giardinieri di Dio, ma la madre passa in clandestinità come una vera ecoterrorista. Jimmy si rifugia nell’amicizia con Glenn, piccolo genio della genetica, il cui padre è morto da poco in un oscuro incidente d’auto; la madre si è risposata con un dirigente della stessa multinazionale, ma Glenn sospetta che entrambi abbiano avuto un ruolo nella morte del padre, che aveva forse scoperto un torbido segreto aziendale. Nasce una bellissima amicizia tra i due ragazzi: Jimmy più socievole e piacente (mi immagino l’Uomo delle Nevi come un Brad Pitt un po’ sfatto), Glenn genio sorprendente e carismatico (mi evoca fortemente Sheldon di “Big Bang Theory”); insieme condividono le “tipiche” esperienze adolescenziali: le prime ragazze, il videogioco compulsivo (geniale “Blood and roses”, dove uno dei giocatori incarna il bene del’umanità e accumula opere d’arte, l’altro ne esegue gli orrori: persecuzioni, genocidii.. chi prevale?), film porno, “snuff movies” dove vengono uccisi animali o giustiziati esseri umani.. in una scena di un film lo sguardo di una bambina coinvolta insieme ad altre in un gioco erotico trafigge Jimmy, che non la dimenticherà mai: è la rivelazione che nomostante tutto il nostro Jimmy è profondamente etico. I due scoprono anche la biologia, giocando a Extinctathon, “la maratona dell’estinzione”: gara a chi conosce i dettagli di animali estinti, gestita da MaddAddams, misterioso collettivo di biologi che dà il nome alla trilogia di romanzi. È qui che Glenn ottiene il soprannome di “Crake”, dal “red-necked crake”, in italiano la schiribilla, raro uccello di palude; dato che appartiene alla famiglia dei rallidi (come le gallinelle d’acqua e le fòlaghe), potremmo più eufonicamente tradurre “Rallo”.
Seguirà una separazione, quando il genio di Crake gli ottiene una borsa di studio nella prestigiosa università Watson-Crick dedita alla biologia, mentre Jimmy (che purtroppo non è “persona da numeri” ma una misera “persona da parole”) viene accolto in una negletta università umanistica, la “Scuola Martha Graham” (come la grande danzatrice). Trascinerà una vita universitaria demotivata, arricchendo il suo vocabolario per prepararsi a un futuro da copywriter; nel frattempo facendo da stallone o toy boy per tutte le donne disponibili, perché non riesce più ad avere sentimenti veri, come si legge (in controluce) nei suoi ricordi.
Finchè, la svolta nella sua vita: laureato, ha iniziato a lavorare come copy per vendere trattamenti della pelle, quando ricompare Crake e lo trascina nel suo mondo dorato, uno dei centri di ricerca più avanzati al mondo: stanno per lanciare BlyssPluss, GioiaPiù, una pillola che risolverà in un colpo molti problemi dell’umanità; Jimmy sarà incaricato del marketing. Crake gestisce in proprio un Compound dentro il Compound, “Paradice” (Paradiso e.. dadi?).
Le sorprese, nel magico mondo di Crake, sono infinite: la maggiore è Oryx, apparentemente proprio la ragazzina vista più di dieci anni prima in un film porno, che per qualche motivo nessuno dei due aveva mai dimenticato. Chi è Oryx? Di lei non sapremo nemmeno il nome, solo il soprannome (anche a lei viene attribuito il nome di una specie estinta: appunto l’òrice), né sapremo mai se era davvero la ragazzina di quel film, o quell’altra ragazza scoperta qualche anno dopo prigioniera in un garage di Los Angeles (anche lì Jimmy, ossessionato, aveva creduto di riconoscerla). Lei apparentemente racconta tutto di sé: nata nella profonda campagna di un paese del sud-est asiatico, sua madre la vendette a un trafficante che la portò in una grande città a svolgere servizi vari, apparentemente non sessuali.. è il trionfo di un ulteriore livello di narratore inaffidabile (i racconti ambigui di lei filtrati dai ricordi confusi di Jimmy), eppure ne risulta un personaggio assolutamente affascinante, una sorta di incantevole dèa dell’amore che saprebbe rendere attraente qualunque (eventuale) depravazione e uscirne più candida di prima. Ogni volta che Jimmy, gelosissimo del passato di lei e indignato, sembra poter tirare il fiato (“allora facevate sesso per finta!”), lei rilancia “ma Jimmy.. il sesso è sempre vero!” (e chissà se intende in senso spirituale o concreto). Né Jimmy saprà mai che rapporti lei abbia con Crake, oltre che con lui..
Non è il caso di rivelare troppo; va detto però che Crake porta avanti anche un altro progetto supersegreto: la creazione di un’umanità “migliorata e modificata”, i “Crakers” (se il “crake” è un rallo, potremmo tradurre “i ràllidi”): sorta di umanità bambina, con odore della pelle che respinge le zanzare e mille altre migliorie (interessanti quelle relative alla sessualità!). Una specie di Dottor Moreau alla rovescia, dove l’umanità viene risospinta a un livello quasi animale.
E saranno solo i “ràllidi” a condividere il mondo nuovo post-catastrofe con l’Uomo delle Nevi: a lui il compito, prima di portarli alla salvezza fuori dal laboratorio durante la catastrofe, poi di educarli, di inventre per loro una mitologia che spieghi l’Universo, dove Oryx e Crake saranno i demiurghi..
Ma anche il nostro Robinson incontrerà l’impronta di un Venerdì: e su questa nota di incertezza, si chiude il primo volume della trilogia di MaddAddams.
La Atwood è un’autrice troppo brillante per calcare la mano sugli aspetti orrorifici del dopo-catastrofe, già sfruttati abilmente dai maestri del genere: da “Io sono leggenda” di Matheson e “Il grande silenzio” di Tucker in poi. Ce li lascia intuire, quando nel corso della sua spedizione nell’entroterra l’Uomo delle Nevi osserva, un po’ straniato, gli oggetti abbandonati dall’umanità in fuga: una valigia con effetti personali familiari sparpagliati in un campo; una guardia a uno degli accessi di un Compound farmaceutici, decapitata; automobili e persino motociclette e biciclette abbandonate lungo un’autostrada, dove una fuga disperata si è trasformata in lotta di tutti contro tutti.. ma il tutto sempre visto con una straniata leggerezza.
Dicevamo del linguaggio: lo stile è uno scoppiettio continuo di ironia e di umorismo, un piacere per il lettore (e una bella complicazione per il traduttore!): forse per questo la denuncia di un mondo asservito a multinazionali della genetica sarà più efficace.
Il piacere delle parole ne è uno degli aspetti. Nell’orrendo zoo che la manipolazione del DNA ha scatenato sulla Terra, conosceremo i “pigoons” (enormi maiali dagli organi multipli, da prelevare per trapianti: una volta inselvatichiti si riveleranno intelligenti e crudeli); lo “snat” (snake+rat), ratto dalla coda e incisivi di serpente velenoso; la “spoat/gider” (spider+goat), capra-ragno che emette dalle mammelle filamenti di fibra ad altissima tensilità insieme al latte; il “rakunk” (raccoon+skunk); i “wolvogs”, i “bobkittens”, versioni in miniatura e teoricamente innocue dei “bobcats”, le linci rosse..
I nomi delle multinazionali e dei loro prodotti sono uj fuoco d’artificio: la Atwood si è divertita a inventare nomi come HelthWyzer, che mescola Pfizer e Wyeth, Anooyoo cioè “A new you”, NooSkins cioè “NewSkins”, RejoovenEsense cioè “Essenza di Ringiovanimento”..; sono poi uno spasso le liste di parole insolite che l’Uomo delle Nevi ripete a se stesso per tenersi intellettualmente vivo, anzi spesso, magari mentre fruga in un mucchio di rifiuti, sente nella testa voci che gli leggono i manuali commerciali o motivazionali di una volta.. anche da questa miscela di linguaggi (seriosamente commerciale o scientifico, ironicamente psicologico..) nasce il fascino del libro.

L'ultimo degli uomini

En cas de malheur, di Georges Simenon

En cas de malheur

En cas de malheurEn cas de malheur by Georges Simenon
My rating: 4 of 5 stars

“Roman dur” del 1956, dalla struttura insolita: è il diario che Lucien Gobillaud, rampante avvocato di mezza età, ha deciso di tenere da quando una relazione che credeva nata per gioco, come tante, ha preso il sopravvento su tutta l’attenta organizzazione della sua vita. Isolandosi nel suo studio sull’Ile-Saint-Louis, da cui osservare con un palpito di invidia la vita libera di una coppia di barboni installati sotto il Pont-Marie, tiene un diario nel tentativo di spiegare agli altri, ma soprattutto a se stesso, che cosa gli sia successo.
Perché si tratta davvero di un “amour fou”: il grande penalista si è trovato in sala d’aspetto una ragazzetta disordinata, non troppo sana, probabilmente nemmeno pulita (esteriormente: dell’interiorità, meglio non parlare), che, pur di ricevere aiuto per sfuggire alle conseguenze di una rapina andata a male, gli offre seduta stante tutto quello che ha, cioè se stessa. E l’avvocato, cui non mancano una bella moglie e qualunque svago a pagamento, accetta di offrire il patrocinio, rinviando però l’incasso dell’onorario: uomo dalla ferrea professionalità, accetta la sfida di salvare dal carcere la ragazzetta evidentemente colpevole, con qualsiasi mezzo (non si disdegnano falsi testimoni, o la calunnia sistematica della vittima): forse, come per il Marchese del Grillo con il mobiliere ebreo, la sua è una sfida, uno sputo in faccia a una società di cui è parte eminente ma che in fondo disprezza?
Ottenuta l’insperata assoluzione, nuovo alloro alla sua fama, inizia una vera relazione con Yvette: non una relazione basata sullo schifo esistenziale come in “Non ti muovere” della Mazzantini, ma piuttosto la relazione tormentata di un uomo maturo verso un’imprevedibile sciacquetta, come Humbert Humbert e Lolita; nonostante che in tutta la prima parte del libro si accumulino dettagli squallidi su di lei, la sua promiscuità, l’incapacità a qualunque relazione stabile, il mendacio patologico, l’eterno vivere di espedienti. L’avvocato può solo far leva sul denaro e il sogno di una vita stabile per fare un po’ più sua la ragazza e allontanarla dai suoi vari amanti, fino a installarla in un elegante appartamento nel quai d’Orléans, sulla stessa Ile-Saint-Louis, sperando così soprattutto di allontanarla da Mazetti, il fidanzato che la adora, povero e un po’ ottuso ma volonteroso studente-lavoratore; addirittura assume per lei una cameriera, Jeanine, perché non si annoi. Il tutto sotto lo sguardo attento e scrutatore, non solo di Bordenave (la fedele segretaria, così poco considerata come donna e come essere umano da essere chiamata solo per cognome), ma soprattutto di Viviane, la splendida moglie-trofeo strappata al suo primo importante datore di lavoro (o fu lei, attenta scalatrice sociale anche se nata già borghese, a strapparsi dal primo marito, fiutando nel suo assistente il nuovo maschio dominante?): Viviane non batte ciglio, non cede alla debolezza di mostrarsi gelosa, ritenendo Yvette una delle tante, futili avventure del marito.
Ma, una volta installatasi nel quai d’Orléans, la figura così squallida di Yvette sembra trasformarsi: nonostante, o proprio perchè, qui perda ogni residuo di inibizione, e inauguri rapporti saffici con Jeanine, nuova a queste esperienze, per poi convincere l’avvocato a rapporti a tre; oppure “accontentandosi” di guardare loro due e incitarli; magari raccontando in tono scherzoso esperienze perverse tali da imbarazzare anche il vecchio puttaniere. Eppure, nel mondo senza luce di Simenon, dove il concetto di “amore” non ha mai avuto senso, dove la Chiesa è solo un’abitudine dei piccoloborghesi indomenicati, questa tenerezza carnale (oggi diremmo pansessualismo) somiglia all’anelito a una specie di amore universale, o a un suo sostituto: Yvette ricorda quando, undicenne, cominciava a toccarsi e a farsi toccare dai ragazzi, e pensava che il Paradiso Terrestre fosse un posto dove tutti potessero stare nudi e toccarsi come desideravano. L’avvocato Lucien è stregato. E lo è del tutto, quando scopre che Yvette aspetta un figlio, a quanto pare proprio da lui. Vent’anni, cinque aborti, Yvette accoglie incredula la notizia che il suo uomo-padrone le lascerà tenere il bambino.. felicitata da Jeanine, che ha dovuto lasciare a balia in campagna l’unico figlio, per vederlo morire poco dopo di malattia intestinale (Viviane, dal canto suo, ha sempre disprezzato le donne che si abbassano a “fare le coniglie”, cioè ad avere figli). Per Lucien si aprono orizzonti impensati: passa una domenica pomeriggio a passeggiare con Yvette lungo Rue de Rivoli, guardando le vetrine natalizie come le altre famigliole; prova un sentimento che non osa definire; soprattutto, decide di passare le vacanze di Natale a Sankt Moritz con Yvette, anziché a Cannes con Viviane. C’è solo il problema di affrontarla e dirglielo..
SPOILER
ma prima che Lucien ne trovi la forza, Yvette si lascia rovinare dalla sua stessa incontenibile generosità. A Lucien non resta che tornare nei ranghi, uomo definitivamente sconfitto interiormente, ormai disgustato anche da se stesso; le ultime righe del diario sono scritte da Cannes: mentre un collega di origini italiane può almeno difendere il giovane assassino per amore, “io continuerò a difendere canaglie”.

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